David Petri: l'arcaismo plastico tra memoria e sacro (ARTE) ~ di Barbara Mastroviti - TeclaXXI

 ARTE 


BARBARA MASTROVITI

DAVID PETRI: L'ARCAISMO PLASTICO 

TRA MEMORIA E SACRO


                                                        Foto n. 1 – “Piccole vedette”
 

 

Chi è, davvero, l'uomo dietro la maschera che dipinge — e quali volti di famiglia si celano dietro i suoi santi? Vale la pena imparare a riconoscere il segno di David Petri: una pittura che esige di essere osservata da vicino, e poi da lontano, nella sua interezza.

 

Si è tenuta a Città della Pieve, nel Piano Nobile di Palazzo della Corgna, l'antologica "Nostalgia della vita in me riaffiora" (fino al 13 settembre), dedicata a David Petri (Roma, 1967). L'occasione ha permesso di mettere in visus una ricerca pittorica che sintetizza l'eredità tecnica delle botteghe rinascimentali con la densità esistenziale del Novecento

Il segno di Petri si muove in doppio senso, da un lato verso la solidità dei corpi e la geometria arcaica dei volti che richiamano il Realismo Magico di Felice Casorati: uno spazio compresso, privo di margine di respiro, in cui la figura resta sospesa in un'immobilità quasi metafisica. Dall'altro, verso il fitto tratteggio chiaroscurale e la grana ruvida delle superfici rimandando alla gravità plastica di Mario Sironi. Petri ne stempera tuttavia il nichilismo: tonalità calde, terrose, quasi d'argilla, trasfigurano il dramma novecentesco in una solenne estetica della memoria. Lo confermano, a distanza, due tele apparentemente lontane tra loro: in "Piccole Vedette", due bambine immote occupano un paesaggio umbro dal respiro ampio; in "Simbolo Eterno", una giovane contemporanea, colta in un interno d'oggi, riceve dallo sguardo fisso e dalla specchiera dorata alle spalle la medesima immobilità da icona. L'arcaismo di Petri non è dunque un vezzo d'epoca, bensì una condizione che il pittore impone, con pari rigore, a ogni soggetto che gli si presenti davanti.


 

                                                                 Foto n. 2 – “Simbolo eterno”

 

Di questa ieraticità danno prova esemplare "Di padre in figlio" e "Gli svaghi della luna": volti che si irrigidiscono in calchi immobili, sguardi che si fissano oltre il limite della tela. La maschera — recisa, sospesa, indossata — cessa di essere strumento di dissimulazione e si fa piuttosto rivelazione della frammentazione transfrontaliera dell’esistenza. Sul piano tecnico, il vertice della ricerca si tocca nell'Autoritratto in veste di San Girolamo: l'incarnato affiora da un fondo bituminoso per sottili velature sovrapposte, le pieghe della veste si addensano in un impasto denso, quasi scultoreo, e la superficie, volutamente crettata, imita l'invecchiamento della materia antica. Un espediente tecnico di sicura efficacia, che sottrae ogni figura — per quanto contemporanea nel soggetto — al tempo lineare.


                                                                 
 Foto n. 3 – “Di padre in figlio”

Foto n. 4 – “Gli svaghi della luna”



Foto n. 5 – “Autoritratto in veste di San Girolamo”

 

Prima ancora che confessione privata, dunque questa solennità è un fatto di forma. In un pittore che è anche scultore, la tecnica non illustra un'emozione: la costruisce come metafora. Il teschio indicato dall'indice, la maschera recisa, il volto ridotto a calco non raccontano tanto un vissuto individuale, quanto si configurano come segni plastici capaci di aprirsi su un piano trascendente — la vanitas, il doppio, la maschera intesi come archetipi che superano la biografia per farsi enunciato universale sulla condizione umana. Lo dimostra con evidenza "La Verità", allegoria femminile china sui libri aperti di un leggio: non un ritratto, ma un'idea resa persona, in cui il gesto pittorico — le velature che modellano il volto, il manto che pesa come pietra più che come stoffa — costituisce già, di per sé, il contenuto dell'opera. È in questo scarto, dal vissuto al simbolo, dall'aneddoto alla forma, che si radica l'intera grammatica di Petri, e in esso si spiega perché la sua pittura conservi solennità anche quando sfiora l'intimo: è la materia stessa, densa e scolpita, a farsi garante del significato che veicola.


Foto n. 6 – “La verità”

 

Anche quando, sottotraccia, riaffiora la storia privata dell'artista, è questa medesima disciplina formale ad assorbirla. In "Nobiles Cantores" il ritratto è racchiuso in una pesante struttura lignea, a colonnine tornite e maniglie da trasporto: la stessa carpenteria delle macchine processionali che Petri costruisce per le feste patronali. In calce, una targa dedicatoria a Mario Petri (1922-1985) trasforma l'opera in un piccolo reliquiario domestico, in cui l'affetto familiare si traveste da rigore antiquario, senza scadere nel sentimentalismo. Si riconosce inoltre una genealogia parallela, non di sangue ma di mestiere: in "Di Padre in Figlio", il trio di musicanti — il ragazzo al clarinetto, l'uomo alla fisarmonica, il vecchio al violino — mette in scena la stessa trasmissione che lega Petri a Di Bartolo e a Seccia. Sangue e bottega ricevono qui identica solennità figurativa, entrambi meritevoli di una cornice costruita, letteralmente, con le mani.



Foto n. 7 – “Nobiles Cantores”

 

È proprio nella costruzione dello spazio che questa memoria familiare trova il proprio linguaggio più sottile. Dove la maschera impone l'immobilità di uno sfondo murario, privo di cielo e di via di fuga, le figure "privilegiate" — quelle toccate dall'affetto o dalla dedica — si aprono invece su prospettive profonde: il colonnato in rovina che si perde dietro "Nobiles Cantores", la campagna umbra che si allunga a cannocchiale dietro le due bambine immobili di "Piccole Vedette". Non si tratta di un vezzo compositivo, bensì di un autentico imbastimento del tempo: come un punto di sartoria provvisorio, la fuga prospettica cuce il presente fermo del ritratto a uno sfondo che si allontana in profondità storica, lasciando che il passato — familiare o remoto — continui a respirare dietro la figura in primo piano.

A tenere insieme pittura e disegno è, infine, il metodo dell'incisore. Negli "Studi per l'Ultima Cena", il fitto reticolo a penna biro e grafite, ossidato dalla gommalacca, trasferisce sulla carta il rigore analitico di una lastra calcografica. Nella tavola di "Santa Margherita da Cortona", la medesima disciplina si salda alla cornice — assemblata con mobili antichi e tessere di vetro — in un unico gesto costruttivo, in cui pittura, intaglio e incisione operano di concerto. Non è casuale, del resto, che l'allestimento dialoghi, senza soggezione, con gli affreschi manieristi di Pomarancio e Salvio Savini che decorano le volte del Palazzo: anche lì, quattro secoli prima, la bottega poneva la tecnica al servizio di un racconto che superava il singolo autore.



Foto n. 8 – “Studi per l’Ultima Cena”

 


Foto n. 9 – “Santa Margherita da Cortona”

 

In un tempo di dematerializzazione digitale, la pittura di Petri riafferma il valore della techné come atto intellettuale prima che decorativo. E proprio nell'Autoritratto in veste di San Girolamo, si condensa la domanda lasciata in eredità dalla mostra: l'artista che indica il teschio, sdoppiato nel volto del santo che lui stesso ha dipinto — è l'uomo a contemplare la propria fine, o è la maschera del santo, attraverso i suoi occhi, a interrogare chi osserva il quadro?

 ______________________________________________

David Petri nasce a Roma nel 1967 e nel 1982 diventa allievo di Walter di Bartolo, erede della scuola romana di Guttuso e Ziveri. Si diploma nel 1986 all'Istituto Statale d'Arte di Orvieto e studia Storia dell'Arte alla Sapienza con Maurizio Calvesi. Pittore, scultore e incisore, vive e lavora a Città della Pieve.

 _________________________________________

 BARBARA MASTROVITI


BIONOTA

Barbara Mastroviti – nata a Chiusi (Si) nel 1970, vive e lavora a Città della Pieve (Pg). Ha pubblicato le seguenti raccolte di poesie: Tempo reale (2012), La costanza del colore (2020), Dominio della Terra Società Editrice Fiorentina (2024), Appunti sulla Poesia (verso libero) Il Convivio Editore (2024), Ti darei gli occhi (Ți-aș da ochii) silloge di poesie tradotta in romeno coedita da Eikon-Cosmopoli (2025), L’esame dell’inverno Interno Libri Edizioni (2026).

Sue poesie compaiono in riviste online e cartacee nazionali e internazionali.


Commenti