A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio! di Rūdolfs Blaumanis (traduzione a cura di Paolo Pantaleo)


Traduzione dal lettone di Paolo Pantaleo 


A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio!

(Vīndedzēs drīzi būs kāzas!)

racconto di Rūdolfs Blaumanis




– A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio! A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio! – la piccola Mārīte, di quattro anni, racconta con voce allegra alla sua bambola, mentre la mette a sedere sul grande coperchio d’una scatola.

– Mi hai sentito? A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio!

Ma la bambola, come tutti i membri sordi della sua specie, non sente e osserva indifferente, col suo sguardo fisso, il cielo azzurro, che si estende sopra Vīndedzes e il suo ampio cortile. Ad eccezione di Mārīte, che indugia in mezzo al cortile, e del grande gatto, che poco lontano si crogiola pigramente al sole, non si vede nessun’altra creatura vivente a Vīndedzes, e si potrebbe davvero pensare che la casa sia stata lasciata nelle mani di quei due, se dalla stanza, la cui porta è spalancata, ogni tanto non si sentisse qualche piccolo rumore. È la padrona di casa a fare quel rumore, intenta a spingere dentro al forno delle focacce e a tirarle fuori una volta pronte, visto che oggi è sabato e tutta la saime* è nei campi, dove si deve raccogliere l’ultimo fieno e stiparlo nel fienile. Anche se è tutta presa dal lavoro, non dimentica di gettare ogni minuto uno sguardo fuori in cortile, per vedere cosa sta facendo Mārīte. Kaceniete ha lasciato la figlia a casa, perché non la intralci nella raccolta del fieno, e così la padrona deve tenerla d’occhio. La guarda ogni minuto, osserva cosa fa, ma sente anche quello che dice. Sente e arrossisce…

Sfornata l’ultima focaccia, e apparecchiato sulla tavola della saime, spezza un bel boccone d’una focaccia già raffreddatasi, esce col pezzo di focaccia in mano e si avvicina a Mārīte, che adesso sta riempiendo d’erba, attraverso la nuca, la testa della bambola.

– Vuoi un po’ di dolce, Mārīte? – chiede la padrona e mostra alla bambina il morbido e candido boccone di focaccia.

La bambina getta la bambola, si alza e allunga entrambe le mani.

– Lo voglio, sì.

– Te la darò subito, solo dimmi di nuovo questa cosa, che a Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio?

– A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio! – ripete la piccola chiacchierona, mentre per la gioia agita i piedi e muove le dita per accogliere il dolce.

La padrona si china verso la bambina e la prende in collo.

– Chi te lo ha detto? – le chiede, considerando giustamente che la bambina ripetesse senza rendersi conto quelle parole, avendole sentite da qualcuno. – Te lo ha detto tua mamma, o papà?

– La mamma, – risponde la bambina e dice il vero, perché quelle parole le ha sentite sul serio dalla bocca di sua madre.

– E cos’altro ha detto la mamma?

– Niente. Allora, mi dai il dolce…

– Subito, solo dimmi cos’altro ha detto la mamma.

– Ha detto tante, tante cose, – risponde la bambina, avendo capito che quel “niente” non andava bene alla padrona.

– Ecco, vedi… La mamma ti ha anche detto, per chi ci sarà un matrimonio a Vīndedzes?

– No, – risponde con un sorriso malizioso, pensa che la padrona stia giocando con lei. La padrona d’altro canto, guardando quel visetto malizioso, pensa lo stesso della bambina.

– Su dai, racconta, Mārīte, cosa ha detto la mamma, – le dice. – Chi si sposerà? Ti darò anche una zolletta di zucchero, se me lo dirai.

Nella testa di Mārīte lo zucchero produce l’idea di qualcosa di buono. Lo zucchero è dolce, forse anche il matrimonio è qualcosa di dolce. Mārīte vuole lo zucchero, e forse la padrona vuole il matrimonio. E la piccola sapiente le si stringe al collo e, come fanno di solito i bambini, le sussurra segretamente all’orecchio: – Tu ti sposerai!

La padrona di Vīndedzes scoppia in una risata felice.

– Io! – esclama e bacia la piccola – Io! Ma va’!... E con chi?

Mārīte spalanca gli occhi. Deve rispondere ancora? Ma è così difficile oggi guadagnarsi un dolcetto?... Lei non sa proprio cosa rispondere.

– Allora, chi altri si sposerà? – chiede ancora la padrona curiosa, senza pietà.

La bambina contrae le labbra e si guarda intorno, impaziente. – Chi altri si sposerà?... – In quel momento il suo sguardo si posa sul gatto.

– Incis si sposerà, – dice e indica con sguardo serio il gatto che, seduto, è intento a lavarsi il candido pelo sul davanti.

Anche se alla padrona questa risposta non piace, deve tuttavia sorriderle.

– Solo le persone si sposano, – le spiega. – Dimmi, forse si sposerà papà, o Jānis, o Juris?

– Juris, sì, si sposerà Juris, – dice la piccola, appena sente il nome di Juris. Juris è sempre molto carino con lei, la fa dondolare, le porta i frutti di bosco, le dà il miele. Il miele è dolce, anche Juris si merita qualcosa di dolce.

– E tu sei brava, – esclama la padrona, tutta contenta, solleva in alto la bambina e poi la posa a sedere sull’erba. – Ecco qui il dolce, mangialo pure.

– E lo zucchero? – chiede Mārīte.

– Subito, subito, arriva. – La padrona entra in casa e prende dall’armadio una zolletta di zucchero e un bicchiere. Versa nel bicchiere del latte e lo porta, insieme allo zucchero, in cortile per la bambina.

– Ecco, la merenda.

Anche lei non ha ancora fatto merenda. Sulla tavola della sua stanza c’è ancora una tazza con un bel tocco di burro, giallo, come appena fatto, una focaccia squisita, e una brocca di latte fresco – ma lei non ha voglia di mangiare, la gioia le ha fatto passare tutta la fame…

– A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio!... – Evidentemente questa frase passa così di continuo di bocca in bocca fra la saime, che persino una bambina inconsapevole l’ha memorizzata. Del resto, di cosa meravigliarsi. Vīndedziete non ha mai nascosto che a lei Juris piace, e Juris, beh, la porta su un palmo della mano in ogni occasione. Del resto, sarebbe ben strano che non lo facesse. Sarebbe ben strano se uno che ha servito come soldato, che non ha un soldo, non volesse sposare la padrona d’un podere, e diventare il fattore della proprietà più rinomata dei paraggi. Solo è strano, chissà perché Juris non le ha ancora fatto la dichiarazione. Sarà già quasi un anno, da quando è tornato dal servizio militare, e ancora non ha trovato il momento giusto per chiedere alla padrona: “Perché non ci sposiamo?” Ma poi lui è fin troppo onesto. Così è stato, fin dal primo momento in cui è venuto a vivere a Vīndedzes. Non ha toccato una ragazza neanche con un dito. Sì, è un bene, quando i ragazzi sono onesti, sì, è un bene, che Juris non allunghi le mani sulle domestiche, o sulla stessa Līze, l’unica figlia della padrona. Però non dovrebbe vergognarsi di fare la proposta. O forse aspetta che sia la stessa padrona di Vīndedzes a farla al posto suo? È un’usanza antiquata, che sia la padrona a fare la dichiarazione al suo garzone, che vuole prendersi in sposo, e non il contrario. Ma sì, Juris si aspetta proprio questo dalla padrona di Vīndedzes, e forse a maggior ragione perché lei è un po’ più vecchia del ragazzo. Certo, certo, è così! Ah, perché non le è venuto in mente prima, adesso sarebbero già da tempo marito e moglie! Ma ora questa faccenda deve finire in fretta. “Gli farò la proposta di fidanzamento, già oggi, sì gliela farò oggi, non appena lo incontro!

Questi i pensieri della padrona, che fanno diventare il suo cuore ancora più lieve e felice, come non era da molto tempo. Si china in fretta sulla bambina per terra, che nel frattempo ha mangiato la zolletta di zucchero, ride divertita e allunga le braccia verso la padrona, dicendole: – Hop!

– Hop! – dice la padrona, prende la bambina sotto le ascelle, la solleva in alto, le fa fare una giravolta e ride, esultante: – A Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio!

 

***

 

– Hop! – dice Kaceniete, sollevando una fascina di fieno, per portarla fino al letto di foglie dove la posa. Poi sospirando si ferma, si asciuga il sudore dalla fronte e guarda gli altri raccoglitori di fieno. La donna sorride. Tutti gli altri lavoranti, divisi in coppie, lavorano di buona lena, solo di Juris e Līze non vi è traccia, e il loro fieno, raccolto giusto a metà, già da una buona mezz’ora se ne sta sul bordo di un boschetto.

– Quei due hanno intenzione di non uscire più da quel boschetto, – dice al marito, anch’egli giunto a posare la sua balla di fieno sul fogliame. – Se a Vīndedzes non ci sarà presto un matrimonio…

– Allora a Vīndedzes presto ci sarà qualche altro evento – il marito interrompe la moglie, preme più forte con il rastrello il fieno sul fogliame, e se ne va tranquillo a raccoglierne altro più in là.

Ma nel boschetto si trovano ancora due persone, accaldate, che mentre si baciavano e si guardavano l’uno con l’altra negli occhi, hanno dimenticato la mezza balla di fieno accatastato e tutto il resto del mondo, se si esclude Vīndedziete. È di lei, della padrona di Vīndedzes, che adesso parlano animatamente e alla fine iniziano a battibeccare.

– Non ci permetterà, – dice Juris.

– Ci permetterà, – sostiene Līze. 

– Non ci permetterà, vedrai che non ci permetterà, – ripete Juris.

– Ancora la scorsa settimana ha detto che ti avrebbe dato in sposa solo ad un possidente, e domenica ho sentito che parlava nel fienile con Sīlēns, del fatto che sei ancora troppo giovane anche se hai finito le scuole, e che di sicuro i pretendenti poi non ti mancheranno; ma se anche già venissero, prima di due anni non ti lascerebbe andar via.

– Solo fra due anni, ancora! – esclamò Līze e si mise a ridere. – Juris, non devi aver sentito bene. Ho sentito io di cosa hanno parlato la mamma con Sīlēns domenica a casa. Lei ha detto che a Vīndedzes forse ci sarà presto un matrimonio, e ha chiesto quale mucca si potrebbe macellare. Per chi altri vorrebbe organizzare un matrimonio, se non per me, per noi.

– Ah, e se invece avesse parlato del proprio matrimonio? È ancora piuttosto giovane e in salute, e Sīlēns non corre qui ogni domenica gratis a controllare l’azienda, ma a guardare la padrona.

– Davvero pensi, che mia mamma si sposerà con Sīlēns? – chiede Līze, mentre guarda un po’ sorpresa il giovane. – Juris, questa sarebbe la nostra più grande fortuna! La mamma se ne andrebbe a Sīlēni, e ci lascerebbe Vīndedzes… Cos’altro ci mancherebbe!...

– Ah, in quel caso non ci mancherebbe niente, – dice il giovane, mentre sorride con prudenza e batte del muschio col manico del rastrello.

– Allora, cosa aspetti a parlarle! – lo rimprovera la ragazza. – Insomma, Juris, se non parlerai alla svelta con mia madre, lo farò io. Certo, che vergogna al pensiero che un ragazzo, che ha fatto la guerra turca, non trovi abbastanza coraggio per chiedere ad una madre la mano di sua figlia.

– Che c’entra il coraggio, – dice Juris e si alza in piedi, in tutta la sua grandezza. – Coraggio, ne ho da vendere. Solo che non voglio rovinare tutto col mio discorso, tutto qua.

– Rovinare, figurati, – brontola Līze. – Juris, Juris, capirai mai, perché mia madre è così buona con te? Credi davvero che, senza alcuna ragione particolare, ti farebbe fare i lavori più leggeri, e ti darebbe i pasti migliori? Ah, forse lei direbbe lo stesso: “Līze, metti più formaggio nella cesta, e prendi con te una focaccia, così che la puoi dare anche a Juris”, se lei non volesse averti in famiglia.

– Sì, cara, tu pensi questo. In ogni piccola cosa trovi qualcosa di propizio per noi. Io non ci riesco. Ho sempre in testa ciò che sono: un semplice soldato congedato. Penso che tua madre sia così buona con me per questo, perché vede che lavoratore sono. Un altro così, forse, a Vīndedzes non l’ha mai visto.

La ragazza si muove impaziente e fa un cenno di resa con le mani.

– Dunque, non vuoi parlarle! – esclama con una certa rabbia. – Bene! Allora stasera racconterò io tutto quanto a mia mamma. Sarà una vergogna – aver combattuto la guerra turca e non riuscire a chiedere la mano d’una figlia a sua madre!

Poi prende il rastrello appoggiato ad un abete e fa per uscire dal boschetto.

Ma Juris le si pone davanti.

– Aspetta, aspetta, – dice lui, e ride per la rabbia della ragazza. – Se vuoi davvero, che tua madre domani mi cacci da Vīndedzes, lo possiamo ottenere presto. Ti ho già detto, non è il coraggio che mi manca: andrò da tua madre e ci parlerò subito.

Lanciato uno sguardo compiaciuto alla sorpresa ragazza, il ragazzo esce dal boschetto e camminando lentamente oltrepassa la balla di fieno raccolta a metà, attraversa il campo per dirigersi verso casa.

Juris non è un bel ragazzo. Quello che di lui affascina madri e figlie è la sua figura forte, da soldato navigato, la sua natura seria, virile e la sua lungimiranza nelle parole e nelle azioni. Forse questa lungimiranza nasce da una mente non così sveglia, che afferra tutte le cose con molta più lentezza d’una mente acuta, ma essa si adatta bene a Juris, e non importa quale sia la ragione.

Lungo la strada di casa il ragazzo prova a escogitare con quali parole rivelare le sue intenzioni alla padrona. Dire per esempio: “Padrona, mi voglio sposare.” Oppure meglio: “Padrona, voglio sposare Līze.” No, meglio parlare prima di tutto solo di sé stesso. Se poi la padrona inizierà a sorprendersi e a chiedere “Cosa? Chi?”, allora quello sarà il segno che Līze si è sbagliata, e bisognerà indirizzare il discorso verso un’altra parte, e vivere così ancora qualche anno, e farsi ancora più cara la padrona… La cosa importante è che non si debba attendere a lungo il momento, in cui iniziare a parlare in maniera conveniente di matrimonio…

Con questi pensieri, Juris gira all’angolo del granaio di Vīndedzes, scorge in cortile la padrona e sente le sue esclamazioni, mentre fa compiere rapide giravolte alla bambina. La padrona vede il ragazzo, arrossisce, posa subito la bambina a terra e scompare dentro casa…

– Non so se pensa a sé stessa e Sīlēns, o a Līze e me, ma di sicuro pensa al matrimonio, – mormora fra sé Juris, mentre raggiunge la casa ed entra in cucina. Al suo arrivo, si sente avvampare: deve bere un sorso d’acqua.

Intanto la padrona è nella sua stanza, di fronte allo specchio. Davvero non sembra tanto più vecchia di Juris. Ha le gote rosse e il viso bianco come una giovincella, gli occhi vivaci, la fronte, ecco sì, lì ci sono tre piccole rughe, Juris neanche se ne accorgerà. Che bello che sia rientrato a casa. Proprio come se sentisse il richiamo… Ma dov’era rimasto?

La padrona aspetta, aspetta, poi esce e chiama:

– Juris!

– Sì, – risponde Juris dalla cucina ed esce. Il ragazzo “con il coraggio da vendere” sembra un po’esitante.

– Allora, come mai sei tornato a casa? – chiede gentile la padrona.

– Mah, solo per bere un po’, sono assetato, – risponde Juris.

La padrona lo ascolta. Per bere un po’?... Di che parla, forse il pozzo ai margini del campo è già prosciugato?... Oddio, allora forse Juris ha avuto la sua stessa idea… Sapendola sola a casa, è tornato e forse ora vorrà… La padrona non finisce il pensiero, ma fa un cenno con la mano e dice:

– Ah, ho capito. Ma cosa stai lì in cucina acquattato! Viene nella sala a bere del latte e ad assaggiare una morbida focaccia, hai fatto una merenda?

– No, – risponde il ragazzo, che si sente di nuovo più sicuro: ha colto il momento giusto, la padrona è ben disposta. Passano nella stanza della padrona, la padrona fa sedere Juris al tavolino e si siede lei stessa di fronte a lui.

– Allora, – dice guardando il ragazzo negli occhi. – Anche io non ho fatto merenda. Adesso mangiamo insieme.

Juris abbraccia la stanza con lo sguardo. Quanto tutto appare pulito, sarebbe davvero bello, se potesse vivere qui…

– Allora, – la padrona invita il ragazzo a mangiare e sospinge più vicino a lui la tazza di latte.

“Allora, è tempo di cominciare a parlare,” pensa Juris e inizia a… mangiare. Diamine, il solito difetto, la prima parola non ne vuol sapere di affacciarsi sulle labbra.

Juris mangia e beve, e anche la padrona tergiversa fra la focaccia e il burro.

– Finirete con oggi? – chiede lei.

– Sì, finiremo, – risponde il ragazzo e continua a magiare.

– Non so neanche, cosa intraprendere ora, – la padrona prosegue il discorso. – La segale non è ancora matura, e tutti gli altri lavori sono compiuti. Non avevamo mai avuto un anno così buono. Anche Sīlēns è sorpreso.

– Allora, questo tempo, fino alla raccolta della segale, dovremmo passarlo a organizzare feste, – dice Juris, poi alza la tazza e beve, inclinando la testa in modo che la padrona non s’accorga che sta arrossendo.

– Quali feste, senza un motivo, – dice la padrona, notando il rossore del ragazzo. – Se fosse in onore di qualcosa o… ecco allora… ma così tanto per fare...

– In onore di qualcosa, il motivo si trova presto, a volerlo, – dice Juris, a cui d’un tratto viene in mente, ancora prima di averlo chiesto, che la padrona stia pensando al suo matrimonio con Sīlēns. – Si dice che tu voglia sposarti, e forse la gente dice il vero, dato che prima tu in cortile non cantavi certo per caso che a Vīndedzes ci sarà presto un matrimonio.

La padrona si tira un po’ indietro sulla sedia, e scoppia in una breve e divertita risata.

– No, – risponde, – non cantavo per caso. Presto mi sposerò. Ma si dice lo stesso di te: sembra che anche tu presto ti sposerai.

– Davvero? – Juris chiede in fretta, felice.

Ah, che gioia, che gioia: Līze aveva ragione, lei vuole averlo come genero!

– Davvero, davvero, – giura la padrona, scherzando, e poi aggiunge maliziosa: – Solo non so con chi. Forse la tua futura sposa vive oltre i confini, in un regno lontano!

– Perché dovrei cercarla oltre i confini, in un regno lontano, quando proprio qui a Vīndedzes ce n’è una bella come una rosa, – risponde Juris. – No, padrona, non avrei mai pensato, che fossi d’accordo. Mi sarei fatto avanti molto tempo prima, se non avessi pensato che, appena aperto bocca, mi avresti preso a schiaffi.

– Ah, tu, buon Dio! – esclama Vīndedziete e ride. – Sei stato cieco tutto questo tempo? Non vedevi, come mi comportavo con te? Ma adesso non poniamo altro tempo per il matrimonio. Si deve fare fra due settimane.

– Certo, si potrebbe fare già fra due settimane, non mi dispiace fare in fretta, ma per quel periodo la segale sarà matura.

– Ah, che cada pure l’ultima spiga nel campo, dobbiamo forse preoccuparcene! – esclama felice la padrona. – Fra due settimane celebreremo il matrimonio, faremo quattro giorni di festa!

– Ah, per me va bene. Ma sposati anche tu lo stesso giorno.

– Cosa?

– Celebriamo anche il tuo matrimonio.

– Certo, celebreremo il nostro.

– Ah, io pensavo che tu parlassi del nostro matrimonio.

– Certo del nostro.

– Vuoi dire, del vostro.

– Del nostro, – fai confusione con le parole, – dice la padrona e sorride.

– No, no, non ci stiamo capendo, – risponde il ragazzo. – Tu vuoi che io e Līze ci sposiamo fra due settimane. Bene. Ma quando vi sposerete anche tu e Sīlēns?

– Sīlēns? – esclama forte la padrona, e salta in piedi. – Io e Sīlēns?

Il ragazzo guarda la padrona e si rallegra, che sia così sorpresa.

– Forse pensavi che non sapessi, chi sposerai, – dice. – Ah, vi ho osservati e ascoltati abbastanza. Ma, cara suocera, ti sei fatta un taglio nel dito. Mentre ci metti una fascia e la leghi, vado a dare il benvenuto all’ospite: vedi, neanche a farlo apposta, sta arrivando proprio Sīlēns. Che dici, posso dirgli che a Vīndedzes ci saranno presto due matrimoni?

 Pubblicato sulla rivista Austrums nel 1893.  

Inedito in Italia e presentato nella sua versione italiana, a cura di Paolo Pantaleo, per la prima volta qui.

 

 

Nota al testo

* In questo racconto, come in molti altri di Blaumanis, si fa riferimento alla saime, che può essere tradotta con “famiglia” in senso lato, ovvero l’intero gruppo di persone che vivono nella fattoria, compresi i non familiari.
Nella società di campagna lettone il vero e proprio nucleo familiare, quello composto da padre, madre e figli, è detto ģimene, il nucleo primario e fondamentale. Se nella stessa fattoria si trovavano anche altri nuclei familiari, in particolare servi, garzoni e domestiche, persone non consanguinee impiegate nella fattoria, si parlava di una famiglia in senso allargato, detta appunto saime. Il significato di saime porta con sé il concetto di comunità non solo affettiva ma anche economica. Dalla parola saime in lettone deriva anche la parola saimniecība, ovvero “economia”. Ogni saime ha una sua guida, il saimnieks, in genere individuato nel padre o nell'anziano, padrone di casa e proprietario della fattoria, e la saimniece, la padrona di casa. Se i figli, formata la loro famiglia, si trasferivano in un'altra dimora, i rapporti familiari venivano mantenuti attraverso il concetto di dzimta, una comunità unita da legami di nascita seppur non convivente.


PAOLO PANTALEO

BIONOTA 

Paolo Pantaleo (Montevarchi, 1967) è un traduttore dal lettone. Si occupa di Lettonia da molti anni, cura il blog Baltica dove pubblica notizie di politica, società, cultura e storia lettone, e il blog Biblioteca Baltica, dedicato alla traduzione di testi di narrativa e poesia lettone. Ha tradotto e pubblicato per Damocle editrice diversi autori lettoni, fra cui Imants Ziedonis, Rūdolfs Blaumanis, Jānis Ziemeļnieks, Ingmāra Balode. Per Mimesis edizioni ha tradotto il romanzo All’ombra della collina dei galli (2019) e una raccolta di racconti di Osvalds Zebris (2020). Nel 2018 ha ricevuto il premio ''Gada lielā balva'' della Società Dante Alighieri di Lettonia, per le sue traduzioni e per il suo contributo alla divulgazione della cultura e della letteratura lettone in Italia.


 


 


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