GENERAZIONE (lingua italiana) ~ di Silverio Novelli - TeclaXXI
LINGUA ITALIANA
Generazione
di Silverio Novelli
«Ogni generazione dovrebbe avere posti riservati in prima fila per poter
dire: "Quei tempi, quei tempi lì, quei tempi lì erano miei e soltanto
miei". Giù le mani. Ma non funziona affatto così. Il tempo è di tutti».
Così Edoardo Albinati nel suo romanzo La
scuola cattolica, vincitore del
Premio Strega nel 2016. Ed è vero, il tempo è di tutti e il procedere delle
generazioni, nella prospettiva di tempi lunghi, contribuisce ad agglutinare e
insieme dilavare. Qual è il colore, il sapore, il senso ultimo di una generazione? Un gruppo di persone vive nello
stesso periodo, condivide eventi, assistendovi o partecipandovi; fa esperienze
che in una certa misura sono accomunate da un orizzonte di riferimenti
condivisi (modi di produzione e di vita, organizzazione individuale e sociale
dell’esistenza, bisogni e aspettative). Una generazione si definisce, forse,
anche e soprattutto per abbracciare un koinós
kosmos. Ma chi decide i generi
essenziali ed esistenziali che caratterizzano – continuando nel gioco retorico
della figura etimologica – le generazioni?
Prima di cercare di approssimarsi a una
possibile risposta alla domanda, torniamo intanto alla culla dell’etimo. La
parola generazione viene
dal latino generatiōne(m), che ha alla sua base il nome gĕnus, gĕneris, proveniente a sua volta dal verbo gignĕre ‘generare’. Generazione
conserva i significati della parola latina, ma vi aggiunge elementi
semantici provenienti dalla tradizione cristiana: per esempio, nella teologia
cattolica generazione indica la
processione del Figlio dal Padre.
Un
soffio ancestrale
La
parola generazione è messa in moto da
una spallata biologica che è immediatamente flusso di umori, aggregazione di
cellule, scambio e costruzione del nuovo all’interno di una catena di
ripetizioni: ‘atto del generare,
processo per cui gli esseri viventi producono altri viventi della stessa
specie’ (e poi, anche, il ‘risultato di tale processo’). Che tale accezione ci
riporti ad attestazioni presenti nelle prime grandi opere cosmografiche
medievali in lingua, che tentano di descrivere La composizione del mondo, per riprendere il titolo di un’opera
(1282) di Ristoro d’Arezzo, ci fa scorrere addosso un soffio alchemico
ancestrale: «la
generazione de le plante e de li
animali ch’abetano sopra la terra» contiene il senso di marcia, se non
teleologico, perlomeno idealmente cinetico del movimento degli esseri viventi,
umani compresi, e, come un’eco oscura e magmatica, i cicli di eoni che ne hanno
preceduto e preparato la messa in scena.
Non
per un caso, in biologia, si è accumulato, nel corso dei secoli, un lessico che
ha al centro il termine: per fare un esempio centrato sulla cultura italiana,
il filosofo Vincenzo Gioberti adoperò nel 1847 la locuzione generazione spontanea (detta poi anche abiogenesi, 1882), con cui si intende l’ipotetica
formazione di organismi viventi a partire da sostanze inorganiche e organiche
piuttosto semplici, nelle condizioni primordiali del nostro pianeta; generazione asessuata, sessuale.
Famiglie e successioni
Già trecentesco è il significato
concreto e attuale di ‘insieme di
individui appartenenti a una famiglia, aventi lo stesso grado di discendenza da
un comune capostipite’: prima, seconda, terza generazione; stranieri in Italia di prima generazione;
«Maneggiavano
la zappa come se la trascinassero sul terreno. Guardandoli, si capiva come si
fossero fatti la fama di gente pigra. Ma non era pigrizia: era un modo di
essere, tramandato di generazione in
generazione; la saggia, istintiva regola di sopravvivenza di una gente
povera cresciuta in una terra senza tempo» (Giuseppe
Dessì [1909-1977], Paese d’ombre, 1972).
Per
estensione, molti secoli dopo (nell’Ottocento), generazione acquisisce anche il significato di ‘insieme di
individui grossomodo coetanei o viventi nella stessa epoca’ (al plurale, in
particolare, l’estensione temporale è indefinita): la vecchia generazione;
la più recente generazione di immigrati;
«la
casa milanese dei Manzoni suscita oggi la sensazione di gelo delle dimore
invecchiate a poco a poco coi loro abitanti senza che vi si siano avvicendate
le nuove generazioni» (Mario Pomilio [1921-1990], Il Natale del 1833, 1983).
Ora siamo pronti ad avvicinarci
nuovamente all’inizio del nostro discorso. Notiamo che nel corso del Novecento
la parola generazione prende corpo in
un paio di iconiche frasi idiomatiche: generazione bruciata, che si diffonde in italiano a
partire dalla metà degli anni Cinquanta del Novecento, indicando la leva di
persone cresciuta negli anni della Seconda guerra mondiale (a proposito di bruciato, negli stessi anni si parlerà
anche di gioventù bruciata, a partire
dai giovani sbandati rappresentati nel film omonimo, traduzione di Rebel Without a Cause [1955], regia di
Nicholas Ray, protagonista James Dean); generazione perduta, sempre
con riferimento a coloro che, nati negli anni più tristi della Seconda guerra
mondiale, sono stati privati dei loro anni migliori.
Nuova presunzione sociologica
È però sul finire del Novecento che generazione ha una nuova vita, risponde
a uno scatto qualitativo di presunzione sociologica che scardina, forse non a
torto in partenza, l’idea tradizionale della campitura tradizionale di 25 anni
per disegnare l’arco di una generazione.
Si dice: le generazioni si sono
contratte parallelamente con l’accelerazione dei progressi
scientifico-tecnologici, ritmati con cadenze sempre più ravvicinate e capaci
quindi di indurre grandi mutamenti di ecosistema percettivo, socio-economico e
culturale nel giro di dieci-quindici anni. Questo gioco a cambiare paradigma a
colpi d’accetta contiene in sé il dubbio circa una possibile manipolazione
dall’alto: chi decide i generi delle generazioni, come ci andavamo chiedendo
in apertura di articolo? A chi fa comodo creare etichette che rispondano a
divise mentali e poi anche materiali da indossare, in base a profilazioni di
preferenze che vengono presentate immediatamente come aggregazioni algoritmiche
di beni di consumo e di stili di vita vetrinizzati?
Abbiamo, ricalcando sempre locuzioni
dell’inglese statunitense, la generazione
(dei) boomer, quella cioè dei baby
boomer, nati tra il 1946 e il 1964, nel periodo di grande sviluppo economico e
demografico del boom; oggi, per via
di un allargamento semantico estensivo, boomer
indica anche chi, a prescindere dall’anagrafe, si dimena sui social e
utilizza le tecnologie più avanzate senza comprenderne a fondo le potenzialità
e i linguaggi. Segue la generazione X
(Generazione X è il titolo italiano
del romanzo Generation X: Tales for an
Accelerated Culture [1991] dello scrittore canadese Douglas Coupland), vista
come generazione di transizione, composta
dalle persone nate tra il 1965 e il 1980. Vengono poi quelli della generazione Y (più nota come i millennial), nati tra il 1981 e il
1996, già abili a smanettare e reattivi alle novità tecnologiche. Segue la generazione Z (detti a volte i centennial, perché nati a cavallo tra
due secoli), composta dai nati tra il 1997 e il 2012. Sono i totalmente nativi
digitali, la prima generazione che ha acceduto a Internet dall'infanzia. E poi,
in coda (o in testa?), ecco la generazione
Alpha, che comprende i nati tra il 2013 e il 2024 incluso. Sono soprannominati
(dalla pubblicistica integrata nelle dinamiche del marketing) screenagers, perché sono immersi nella
tecnologia sin da piccoli. Con loro siamo già alle genealogie: nipoti di boomer
e figli di millennial. All’avanguardia, la generazione
Beta, cioè i nati dal 2025 in poi (a quanto pare, è già deciso che
“regnino” fino al 2039).
Esseri
umani e macchine
Importante è il recente uso figurato di generazione, ripreso alla fine degli
anni Sessanta del Novecento dall’inglese generation, per definire prodotti che corrispondono
a diversi stadi dello sviluppo tecnologico, come i computer e, in particolare,
i processori, cioè i complessi di circuiti che nel computer sono predisposti
all’elaborazione dei dati: di seconda,
terza, quarta, ecc. generazione:
mentre scrivo, siamo arrivati alla
quindicesima generazione: con questa generazione macchinistica hanno a che
fare i ragazzetti della generazione Z,
o magari anche qualche vispo Alpha.
SILVERIO NOVELLI
BIONOTA
Silverio Novelli si occupa da molti anni di lingua italiana. Tra le altre cose, ha scritto una grammatica scolastica (a sei mani), un paio di dizionari di neologismi (a quattro mani) e altri testi di divulgazione linguistica (a due sole mani, finalmente, le sue).


Interessante, come sempre. Segnalo, en passant, un fenomeno variamente trattato nella pubblicistica, e cioè che le ultime generazioni hanno ridotto notevolmente la propensione a generare ("inverno demografico" e dintorni). Marco
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