Saffo di Giovanni Pacini - III Parte (MELODRAMMA) ~ di Camillo Faverzani - TeclaXXI
MELODRAMMA
Camillo
Faverzani
Saffo di
Giovanni Pacini (1840)
Parte
Terza 3/3
La prima parte è stata pubblicata l'11/09/2026 e la seconda parte il 15/09/2026
In tal contesto operistico, due
interventi della protagonista meritano maggior attenzione, poiché sono
sintomatici di una certa continuità drammatica nel teatro lirico del periodo.
In effetti, la scena del tempio riprende l’episodio corrispondente di Poliuto, in cui l’eroe rovescia a sua
volta l’altare di Giove (II, 7), esattamente nello stesso momento, cioè durante
il finale centrale a conclusione dell’atto II, e per motivi del tutto simili,
dato che Poliuto sospetta un ritorno di fiamma tra la moglie Paolina e Severo, così
come Saffo apprende che Faone è ormai legato a Climene da un eterno giuramento.
Dello stesso Cammarano e destinato a Donizetti, due anni prima della
rappresentazione di Saffo, il
libretto di quest’altra opera a sfondo antico – ma d’epoca romana e in un
secolo molto più tardo – viene censurato dalle autorità napoletane, ostili a
vedere sulle scene la storia di due martiri. La reazione della poetessa greca è
quindi in parte inedita per il pubblico del San Carlo che vede Poliuto solo nel 1848.[1] L’epilogo ricorda, invece, la
grande scena di pazzia della protagonista dell’Anna Bolena donizettiana su libretto di Felice Romani. In effetti, nella
cavatina «Al dolce guidami / castel natio»[2] (III, 6), la regina
d’Inghilterra si rivede nel giorno delle nozze, proprio come Saffo immagina di
trovarsi al matrimonio di Climene. Inoltre, entrambi i personaggi si
risvegliano dal proprio assopimento in modo alquanto simile: al batter dei
tamburi la prima, al rintocco della campana la seconda, strumenti di morte in
ambedue i casi. Ma assai diverso è lo scioglimento dell’azione: alla catarsi
che sappiamo corrisponde l’ipotetica maledizione del cielo su una coppia rea,
che la sovrana Tudor pur rifiuta di invocare.
Fatte le debite proporzioni,
possiamo osservare lo stesso tipo di evoluzione psicologica negli altri tre
personaggi principali. Lo stato d’animo turbato di Alcandro si rivela fin
dall’aria di sortita, in cui si contrappone l’affetto della cavatina al
desiderio di vendetta della cabaletta, entrambi provati nei confronti della
protagonista. E se con Faone si mostra massimamente perverso, riprende ad
esitare durante il quadro del tempio – «Di quel duolo, di quel pianto» (II, 5) –,
dove non avrebbe avuto difficoltà a punire l’intrusa. La scena d’agnizione
genera quel definitivo mutamento che conduce il padre ritrovato innanzi alla
tomba della figlia. Geloso di Saffo, uomo sempre in fuga, Faone incarna
l’incostanza: «Addio tremendo, eterno» (I, 5), esclama dapprima nel lasciare la
poetessa; «…allora / Che l’amato Faon da questo lido / Fuggiva…» (II, 1), lo
descrive poi Climene nel recitativo della propria aria; «Un ingrato cercando»
(II, 2), riecheggia la protagonista. Nel recitativo con Alcandro, impersona il
credulone. Eppure, anche senza gli stati d’animo del gran sacerdote, la sua
parabola conosce una svolta irrevocabile nel giorno delle nozze, quando il
giovane capisce l’amore portatogli dalla poetessa, espresso chiaramente dall’aria,
che contrappone il rimorso del cantabile alla risoluzione dell’allegro. Determinato
a morire con l’amata, si accinge a ignorarne le raccomandazioni e a seguirla
nel vuoto. Presa tra padre e marito, Climene è probabilmente il personaggio
meno rilevante: da sempre profondamente innamorata di Faone, si palesa assai
disponibile verso la sventurata, con la quale condivide in parte la sorte di un
tempo. Solo all’altare, ha un minimo di indignazione nel riconoscere nello
sposo un traditore e nella compagna una rivale. Ma dura un istante: la scena di
agnizione e il sacrificio conseguente la rivedono sinceramente turbata dallo
svanire sia del sogno d’amore, sia dell’amicizia di una sorella appena
ritrovata. L’aria di sortita esterna comunque il doppio volto del trascorso
dolore nella cavatina e della gioia presente nella cabaletta, sebbene la forma
corrisponda maggiormente ai bisogni del genere operistico che non a un vero e
proprio approccio psicologico del ruolo.
Per quanto riguarda il registro linguistico
del testo, Black constata, tra le scelte poetiche di Cammarano, la predominanza
metrica del settenario e dell’ottonario, e cita Saffo – uno dei libretti in cui il verso è più scorrevole (JB, 74) –
a mo’ d’esempio della preponderanza della prima misura (JB, 264). Attinge inoltre
dalla tragedia lirica per illustrare la propria dimostrazione in campo metrico:
per il settenario, riproduce la strofa del duetto Climene-Saffo «Di quai soavi
lagrime»[3] (II, 2), da cantare a due voci;
per l’ottonario, la cavatina di Alcandro «Di sua voce il suon giungea» (I, 2) –
JB, 257-259 –. In effetti, tutti i momenti essenziali dell’opera vengono
concepiti nell’uno o nell’altro metro. Avremmo invece qualche riserva sulla
prevalenza del primo (JB, 264). Se l’aria di Faone segue questa misura sia nel cantabile,
sia nell’allegro, l’aria di sortita di Alcandro conserva l’ottonario nella
cabaletta successiva; Climene utilizza lo stesso verso nella cavatina, ma passa
al settenario nella cabaletta; mentre Saffo ne rovescia l’uso nell’aria finale.
È vero che, negli ultimi due casi, il settenario è spesso prolungato da parole
sdrucciole a fine verso, quei proparossitoni che permettono di contare una
sillaba di meno: a mo’ d’esempio, la cabaletta di Climene «Il cor non basta a
reggere» (II, 1) è composta da otto versi dalla rima ABCBADDE, in cui i versi A
e C sono proprio proparossitoni. Assai più diffuso, l’allegro moderato di Saffo
«Teco dall’are pronube» (III, 6) contiene sei versi sdruccioli. Inoltre i
duetti e le scene di massa ricorrono al settenario, come il duetto citato da Black.
Nel caso del duetto Faone-Saffo, oltre a numerosi versi proparossitoni, si
riscontra l’uso ricorrente di dittonghi a fine verso. Sono invece ottonari il largo
del finale II e il terzetto della scena di agnizione, ma osserviamo anche
l’interessante comparsa di decasillabi nella preghiera degli Aruspici «Signor
di Leucade, – occhio del cielo» (III, 1), per quanto si tratti in realtà di quinari
accoppiati, versi che, raddoppiati, rallentano il ritmo e conferiscono al sacro
momento la solennità adeguata, con un primo emistichio sempre formato da un
quinario sdrucciolo.
Abbiamo detto che il libretto
evita i fatti storici della biografia della poetessa e le allusioni alla poesia
saffica. Eppure non è esente da cenni all’ispirazione poetica e alla funzione
della protagonista, e non è privo di situazioni passionali. Fin dalle prime
battute, lo spettatore capisce di trovarsi ad un concorso letterario, con il
coro che esclama «Divini carmi!...» (I, 1) fin dall’aprirsi del sipario. Alcandro
ci rende nota la materia dei versi: l’amore di Antigono per Temisto e il salto
del principe dall’alto del dirupo di Leucade. E nonostante il rancore nei
confronti di Saffo, attacca la cavatina nel ricordo delle sue arti liriche: «Di
sua voce il suon giungea / Dolce all’alma e conosciuto!» (I, 2). L’ingresso
della giovane dà gran spazio al suo ruolo di poetessa, dato che nel duetto con Faone,
dedica più della metà della lunga replica all’ispirazione poetica, per poi
rassicurare l’interlocutore quanto al suo amore. La gelosia dell’amato non è
quindi del tutto infondata, se è vero che la poesia trasporta la fanciulla in
un cielo in cui si sente quasi un semidio. Lo scambio con Climene palesa la
celebrità della donna di lettere, poiché la figlia del gran sacerdote ravvisa
immediatamente il nome di un’artista non ancora conosciuta personalmente. La
tenera amicizia, che nell’intervallo lega le due sorelle, rende la propria
ispirazione a Saffo, ormai disposta a intonare un inno in onore delle prossime
nozze: «…Del genio / Me la scintilla investe: / Vorrei disciorre un auspice / Canto…»
(II, 3). La scena del tempio allude agli strumenti dell’arte canora: «Le cetre,
le tibie confondano i suoni, / A loro de’ timpani s’aggiunga il fragor…» (II,
4). Lisimaco porge la lira a Saffo, ma, nello scoprire lo sposo di Climene, la
voce le viene nuovamente meno. Nel bosco, rea confessa, la poetessa invoca
allora gli dèi per riottenere, oltre alla pace, il talento di una volta: «L’ali
del genio – rendi al pensier » (III, 1). Il voto si realizza nella breve
scena di pazzia finale, quando Lisimaco le reca nuovamente la cetra, reclamata
per accompagnare la melodia cui ha dovuto rinunciare nell’atto precedente: è
l’argomento stesso dell’aria, il cui recitativo sembra quasi abbozzare un inno
al flutto marino che l’aspetta.
La
proposta di cantare alla cerimonia nuziale è probabilmente la rievocazione più
esplicita – benché spesso involontaria – della vera poesia di Saffo, autrice di
epitalami, di cui ci è pervenuto un certo numero di frammenti (AP, IX (?), 106-126).
Si aggiunga la doppia allusione ad Alceo (VII-VI sec. a.C.). La prima compare
nel recitativo Alcandro-Faone, durante il quale il gran sacerdote fomenta la
gelosia del giovane, contro Saffo e a vantaggio di Climene:
…Sull’orme
Di Saffo, a che le greche
Città percorre Alceo?
[…]
Amato.
L’ama… (I, 3).
Come conferma a suo modo il coro,
giunto a festeggiare la vittoria della poetessa al concorso: «Alceo la chioma
cingerti / Vuol della fronda ei stesso!» (I, 5), fonte di commozione per la
protagonista e d’ira per l’amato. Il nesso con un vago valore storico è
verosimilmente più sottile di quello dell’inno nuziale. Tuttavia, possiamo
rammentare l’esitante dichiarazione d’amore del poeta, contenuta nei due versi
che avrebbe dedicato a Saffo, la quale gli avrebbe risposto con molta
pudicizia.[4] In tempi cronologicamente più
vicini a Cammarano, l’uso del settenario ci rimanda pure ai versi apocrifi di
moda tra fine Settecento e primo Ottocento, come quella Faoníade pubblicata in appendice alle Avventure di Saffo del Verri nel 1790, di cui il librettista ha
potuto leggere una delle numerose edizioni autonome.[5] D’altronde è proprio a questo
tipo di versi che sembrano riferirsi le situazioni amorose del libretto del 1840:
i rimproveri di Faone, le dolorose rimembranze di Climene, il mutamento del
giovane nel giorno delle nozze, i termini della sua aria – ma anche la
compassione di Alcandro e di Climene nella scena d’agnizione e nel finale della
protagonista – ricalcano certi sentimenti esacerbati che tanto corrispondono
alla sensibilità del pubblico e del lettore di quegli anni.
La Saffo operistica ha quindi
poco a che vedere con la Saffo storica e i versi di Cammarano ancora meno con
la poesia saffica.[6] Eppure, nel riflettere sul
proprio ritorno sulle scene liriche, Pacini si ricorda come lo studio degli
anni di silenzio l’abbia condotto soprattutto a privilegiare tre aspetti: il colore
locale, il confronto con l’eredità musicale del passato e l’aspirazione al
reale (GP, 79, 70). Tre componenti che, per motivi diversi, avrebbero potuto
riavvicinarlo maggiormente al contesto storico, ad una più abile caratterizzazione
dei personaggi e a una vera e propria ricerca ritmica nel verso greco.
Nell’argomentare l’oblio in cui i posteri hanno relegato l’insieme dell’opera
paciniana, Adabbo sostiene che, nonostante le buone intenzioni, dopo la crisi
creativa il maestro non rinnova veramente il proprio stile (GP, XXXIV). È
quanto lascia intendere anche Black, quando afferma che, se la scena
introduttiva di Saffo è una delle
migliori di Cammarano, Pacini, invece, non avrebbe saputo sfruttarla come si
deve (JB, 73).
Indipendentemente da queste
critiche, il titolo del 1840 segna comunque una tappa importante nella storia
dell’opera italiana della prima metà dell’Ottocento, poiché, se non esplora vie
del tutto sconosciute, costituisce pur sempre una sorta di sintesi delle
esperienze precedenti. È già stato osservato che l’argomento si iscrive nella
continuità di una linea classica che va dalla tragédie lyrique a Bellini, passando da Gluck e Spontini, pur
aprendosi a slanci drammatici dalle tinte vivaci e a grandi frasi melodiche sostenute
dall’orchestra, il cui pathos annuncia in parte il Donizetti degli ultimi anni:[7] una scrittura orchestrale
che conosce l’esperienza sinfonica e sa plasmare meglio gli stati d’animo. Abbiamo
rilevato anche noi come sussista sempre l’alternarsi cavatina-cabaletta in
tutti i numeri solistici dei cantanti. L’aria virtuosistica di Climene non è
priva di nessi con la tradizione rossiniana, così come la cavatina di Alcandro
risveglia assonanze tipiche della cantilena belliniana e il duetto delle
sorelle suggerisce reminiscenze donizettiane (S). Tuttavia, oltre a momenti volti verso una certa tradizione
musicale, vorremmo pure sottolineare la varietà dei finali II e III e
soprattutto la grande scena d’agnizione nel bosco. Nello strutturare la trama,
il libretto accetta certamente le convenzioni del tempo; nella ripartizione dei
numeri musicali in funzione dei cantanti sussiste ancora una qualche rigidezza –
che permette comunque l’evoluzione psicologica dei personaggi –; e la metrica risulta
a sua volta sempre ben radicata negli usi della scena operistica di primo Ottocento.
Eppure ci pare che proprio nella maniera di concepire il lavoro di composizione
vada ricercato il senso profondo del contributo di Pacini alla comprensione e
alla trasmissione della poesia di Saffo, perlomeno nell’ambito dell’estetica contemporanea.
I versi di Cammarano non sono estranei al fenomeno e, sposando la musica, ci
danno un’immagine interessante del modo in cui l’Ottocento operistico può aver
inteso l’eterna melopea della poetessa di Lesbo.
[1] Tratto da Polyeucte
martyr (1643) di Pierre Corneille, viene riutilizzato da Donizetti
all’Académie royale de musique proprio con il titolo Les Martyrs (1840) su libretto francese di Eugène Scribe (sulla
questione cfr. anche CF, 109-112).
[2] Felice Romani, Gaetano Donizetti, Anna Bolena, in Tutti i libretti di Donizetti, a cura di
Egidio
Saracino, Garzanti,
Milano 1993, pp. 517-537.
[3] La strofa venne dapprima destinata alla cavatina
dell’aria di sortita di Paolina nel Poliuto
(JB, 257; cfr. anche CF, 110-112).
[4] Cfr. Aristote,
Rhétorique (I, 9, 1367a, 7-15), ma
anche Ermesianatte (fr. 7, 47-49),
citati in Témoignages sur Alcée, in Alcée, Fragments, texte établi, traduit et annoté par Gauthier Liberman, Paris, Les Belles
Lettres, 2002, t. I, pp. 9-10, come pure la cattiva interpretazione del fr. 384
(p. 169).
[5] Abbiamo consultato: LA|FAONIADE|INNI ED ODI|DI SAFFO|PISA|DALLA TIPOGRAFIA|DELLA
SOCIETÀ LETT. ]| MDCCCI. Cfr. anche
nota 12.
[6] Nell’opera di Gounod, Augier inscena la relazione tra Sapho e Phaon, complicandola
ancor più con la passione di Glycère per il giovane e di Pythéas per Glycère. Oltre
all’aspetto politico della cospirazione contro il tiranno Pittacus. Ma anche
questo titolo si conclude con il salto di Leucade.
[7] Cfr. in merito il testo accluso alla
registrazione storica di Saffo, con
Leyla Gencer nel ruolo della protagonista, a Napoli nel 1967: Giovanni Pacini, Saffo, Milano, Arkadia, 1992, CDHP 541.2 (non firmato, pagine non
numerate – S –).
________________________
CAMILLO FAVERZANI
BIONOTA
Ordinario di letteratura italiana (Université Paris 8), Camillo Faverzani anima il seminario
«L’Opéra narrateur» (Laboratoire d’Études Romanes). Autore di numerosi saggi sulla storia del melodramma, collabora con riviste e istituzioni operistiche («L’Avant-scène Opéra», l’Opéra national de Paris). Dirige la collana «Sediziose voci. Studi sul melodramma» (LIM).
Recensisce per Première Loge (https://www.premiereloge-opera.com/).



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