Il fiore del tempo autentico da «Duhovi zemlje» di S. Petlevski (TRADUZIONE) ~ di Isabel Gustafsson - TeclaXXI

NARRATIVA/TRADUZIONE

 

Isabel Gustafsson 

 

Il fiore del tempo autentico

da Sibila Petlevski, Duhovi zemlje, (Sandorf, 2026, pp. 525-529)

revisione in italiano di Alessandro Iovinelli

Raffaellino del Colle, Madonna con Bambino e S. Giovannino, olio su tavola, 1530, Galleria Borghese, Roma

 

 

Un’insolita processione giunse nella riduzione gesuita di San Ignacio: cinque “demoni”, di cui quattro avvolti in neri mantelli con ornamenti d’oro, dai volti molto belli. Il quinto apparve nella forma in cui si dipinge la Madre di Dio. Come per caso incontrarono alcuni del posto, che si unirono a loro per il suono dolce che accompagnava il loro incedere — cantavano in due cori, scimmiottando il suono delle litanie della Signora e il modo del loro canto polifonico nelle chiese. Ma poi la gente si accorse che non pronunciavano lodi né alcunché di comprensibile. Capirono che doveva essere qualcosa di celeste, come lasciavano intendere le voci meravigliose, le vesti ornate e la bellezza dei volti, e con grande semplicità, quegli Indios chiesero loro chi fossero:

“Siamo,” dissero quelli, “angeli dal cielo, e portiamo la Madre di Dio qui, a voi che amate tanto i vostri Padri della Compagnia.”

“Se è così,” disse la gente, “andiamo nella casa dei Padri e in chiesa.”

“Non si addice a noi,” risposero loro, “entrare nella casa dei Padri. Noi cammineremo fuori e vi aiuteremo, e parleremo con calma con voi, e vi mostreremo ciò che dovete sapere e vi spiegheremo quello che i Padri non vi dicono.”  Erano quei falsi gesuiti in realtà dei fuggiaschi da altre riduzioni gesuitiche, perché è ovvio che erano passati per l’insegnamento gesuita se potevano cantare composizioni mariane in modo riconoscibile? Fu quella la vendetta di uomini indigeni fuggiaschi che, con a capo i loro karaí deputati a custodire la sapienza del popolo, tentavano di sviare la popolazione locale dalle riduzioni e di riportarla alla sua spiritualità originaria? Avevano davvero l’intenzione di portare fuori quelle persone che vivevano nella riduzione di San Ignacio fuori dal laboratorio di conversione “sulla via giusta”? Dal punto di vista di un sacerdote di nome Antonio Ruiz de Montoya questo non si poteva spiegare in nessun modo se non con poteri demoniaci. Quei “demoni” che in un altro passo Montoya chiamò caciques — come gli Spagnoli appellavano tutti i capi indigeni di tutti i popoli assoggettati, infischiandosene delle differenze — si erano davvero travestiti da gesuiti per schernirli, o si trattava dopotutto di qualcosa di più complesso?

L’uomo dal volto beato diffondeva intorno a sé una santità di genere indefinito: per un attimo si poteva avere l’impressione che la Madonna fosse davvero scesa tra la gente. Per grazia di Dio, teneva tra le braccia due bambini: Gesù Bambino e un altro bambino, probabilmente il piccolo san Giovanni con una crocetta di canna in mano, perché Giovanni Battista era figlio di Elisabetta, cugina di Maria, e nell’arte veniva raffigurato accanto alla Madonna come un bambino appena un poco più grande di Gesù. Che cosa simboleggiava la presenza di quel secondo bambino: forse il riconoscimento dell’“Agnello di Dio” predestinato al ruolo di Salvatore fin dall’infanzia? In quale lingua parlavano quegli adepti del popolo Guaranì, evidentemente già battezzati, che erano giunti nella riduzione di Montoya? Bisogna chiederselo, perché padre Montoya parlava la loro lingua, aveva persino compilato un dizionario della lingua guaranì, eppure non comprese nulla di ciò che allora andavano dicendo in coro e proclamò quelle lodi un borbottio demoniaco. E se parlassero una lingua che, nella sua complessità spirituale, trascendeva il linguaggio della comune comunicazione umana? 

L’incontro mistico con la processione mascherata che invocava la “vera” rivelazione cristiana, e il cui arrivo nella riduzione gesuita fu interpretato da padre de Montoya come un attacco delle forze nere, avvenne nel 1620, se si crede all’esattezza dei dati riportati nel suo libro intitolato Conquista spirituale. Accadde una decina d’anni dopo che i missionari gesuiti, guidati da de Montoya, avevano condotto dodicimila Guaraní in fuga verso l’odierna Argentina, per sfuggire agli assalti e alle incursioni dei bandeirantes e dei mamelucchi che assediavano le città gesuite con l’intento di catturare gli indigeni e venderli come schiavi. I bandeirantes, avventurieri che all’inizio erano cercatori d’oro della colonia di São Paulo nel Brasile di oggi, si specializzarono presto nella cattura di indigeni da vendere come schiavi per il lavoro nelle piantagioni di zucchero. Il grosso delle fila dei bandeirantes era costituito dai cosiddetti mamelucos, discendenti di padri portoghesi e madri indigene che, grazie alla loro origine mista, conoscevano a menadito la foresta pluviale, le lingue locali e le tecniche di sopravvivenza, il che li rendeva i più pericolosi di tutti i cacciatori nella caccia all’uomo.

I gesuiti organizzarono una flotta di oltre 700 zattere e innumerevoli canoe per trasportare anziani, bambini e beni di prima necessità lungo il fiume Paraná, ma sul fiume incontrarono le immense cascate di Guayrá, insuperabili per le imbarcazioni. Dovettero abbandonare tutte le zattere, trasportare malati e attrezzature via terra attraverso la fitta foresta e ricostruire la flotta più a valle. Viaggiarono per mesi, stremati, malati, affamati, perché non potevano portare scorte di cibo sufficienti per una massa così grande di persone. Molti soccombettero a malattie tropicali o morirono di sfinimento. I bandeirantes li seguivano passo passo. Attaccavano la retroguardia della colonna e cercavano di rapire più persone possibile. Solo una piccola parte di chi era partito riuscì a sopravvivere: sulle rive del fiume Yabebirí, nell’odierna provincia argentina di Misiones, giunsero appena quattromila persone. Lì fondarono di nuovo la riduzione di San Ignacio Miní. Intorno al 1610 costruirono una città nel cuore della giungla. E chi erano dunque, all’improvviso, quegli uomini che, mascherati da gesuiti e da Madre di Dio, erano venuti a turbare i cristiani guaraní scampati a stento al “Grande Esodo”? Con quale lingua invitavano al “vero” cristianesimo? Padre de Montoya non poteva pensarli altrimenti che come astuti demoni. Chiese loro:

“In che lingua parlate?”

Volsero i loro volti angelici verso padre de Montoya e gli si rivolsero in spagnolo:

“Avendo immaginato l’origine del futuro linguaggio umano, dalla sapienza contenuta nella sua stessa divinità e con la forza della sua sapienza creatrice, immaginò il fondamento dell’amore. Prima che la terra esistesse, in mezzo alla tenebra primordiale, prima che vi fosse alcuna conoscenza delle cose, e con la forza della sua sapienza creatrice, immaginò l’origine dell’amore.”

“Demoni, tacete!” gridò padre de Montoya, e quelli risposero nel semplice guaraní che lui comprendeva:

“Noi siamo i Figli della Parola con cui apriamo le porte dei paradisi dove si celebra la vera liturgia. Parliamo con la lingua delle parole-anima. Il nostro parlare è bello, ma non perché è ornato, non perché ricorda il bocciolo di un fiore quando schiude i petali. La nostra lingua è Arete Poty e non imita nulla: è ciò che è — il fiore del tempo vero.”

Detto questo continuarono a spiegare in spagnolo:

“Avendo creato il fondamento del linguaggio umano, avendo creato una piccola parte d’amore, dalla sapienza contenuta nella Sua stessa divinità e con la forza della Sua sapienza creatrice, creò la sorgente del sacro inno nella Sua solitudine. Prima che la terra esistesse, in mezzo alla tenebra primordiale, prima che le cose fossero conosciute, creò la sorgente del sacro inno nella Sua solitudine.”

Invano si sforzavano, invano pronunciavano la loro Laudatio, perché nel cuore del sapientissimo gesuita, padre de Montoya, non c’era neppure un briciolo di quella purezza e gioia infantile che possedeva san Francesco d’Assisi. Lui poteva parlare con gli uccelli, e a maggior ragione avrebbe parlato con la misteriosa la lingua delle parole-anima— la lingua dei Figli della Parola.

Volsero i loro volti angelici verso padre de Montoya e gli si rivolsero in spagnolo:

“Avendo immaginato l’origine del futuro linguaggio umano, dalla sapienza contenuta nella sua stessa divinità e con la forza della sua sapienza creatrice, immaginò il fondamento dell’amore. Prima che la terra esistesse, in mezzo alla tenebra primordiale, prima che vi fosse alcuna conoscenza delle cose, e con la forza della sua sapienza creatrice, immaginò l’origine dell’amore. “Demoni, tacete!” gridò padre de Montoya. E quelli risposero nel semplice guaranì che lui comprendeva:

“Noi siamo i Figli della Parola con cui apriamo le porte dei paradisi dove si celebra la vera liturgia. Parliamo con la lingua delle parole-anima. Il nostro parlare è bello, ma non perché è ornato, non perché ricorda il bocciolo di un fiore quando schiude i petali. La nostra lingua è Arete Poty e non imita nulla: è ciò che è — il fiore del tempo vero. “Detto questo continuarono in spagnolo:

“Avendo creato il fondamento del linguaggio umano, avendo creato una piccola parte d’amore, dalla sapienza contenuta nella Sua stessa divinità e con la forza della Sua sapienza creatrice, creò la sorgente del sacro inno nella Sua solitudine. Prima che la terra esistesse, in mezzo alla tenebra primordiale, prima che le cose fossero conosciute, creò la sorgente del sacro inno nella Sua solitudine. Invano si sforzavano. Invano pronunciavano la loro Laudatio. 

Perché nel cuore del sapientissimo gesuita, padre de Montoya, non c’era neppure un briciolo di quella purezza e gioia infantile che possedeva san Francesco d’Assisi.

Lui poteva parlare con gli uccelli. A maggior ragione avrebbe parlato con la misteriosa lingua delle parole-anima — la lingua dei Figli della Parola.

 ____________________

ISABEL GUSTAFSSON

BIONOTA Isabel Gustafsson, nata a Uppsala nel 1974. Storica delle religioni e traduttrice. Dopo la laurea in Teologia a Lund, si specializza in Studi Slavi a Zagabria con una tesi sui bogomili e l’eresia medievale balcanica. Dal 2001 al 2007 vive tra Dubrovnik e Mostar, dove lavora per una ONG che ricostruisce biblioteche distrutte dalla guerra. Lì impara il croato e il serbo-croato liturgico. Dal 2008 al 2015 ha vissuto a Perugia per amore, perfezionando l’italiano che già conosceva. Successivamente trascorre 8 anni in Paraguay studiando il sincretismo guaraní-cristiano nelle ex riduzioni gesuitiche. Parla fluentemente svedese, inglese, croato, italiano, spagnolo e guaraní. Diffida dei bandeirantes, dei traduttori letterali e di chi confonde San Francesco con San Ignacio. Attualmente vive a Malmö e traduce solo testi che la ossessionano.

SIBILA PETLEVSKI


 BIONOTA

Sibila Petlevski, born on May 11, 1964 in Zagreb, is an award-winning novelist, poet and playwright, librettist, literary translator and editor of literary and scientific publications, researcher in the field of theater and interdisciplinary science, full professor at the University of Zagreb. She has written twenty-five books of different literary and scientific genres, edited eight scientific books, and compiled and translated an anthology of American poetry.

 photo by ©David Gazarov

ISABEL GUSTAFSSON

Commenti