Marlene Dietrich: la berlinese che divenne un mito del Novecento (Alla scoperta di Berlino) ~ di Carla Mazzarelli - TECLAXXI
REPORTAGE
Carla
Mazzarelli
Marlene
Dietrich: la berlinese che divenne un mito del Novecento
Quando
nel 1930 Marlene Dietrich, ottenuta la cittadinanza statunitense e rinunciato a
quella tedesca, salpava da sola per gli Stati Uniti, chissà se pensava in cuor
suo che Berlino, molti anni più tardi, l’avrebbe ricordata con fierezza come la
sua cittadina più famosa e le avrebbe dedicato una delle più belle piazze della
città, un boulevard, una targa, la stella a terra, un museo…che cosa aveva nel
cuore e nella mente quella giovane donna ventinovenne? Che cosa avrà pensato
nei lunghi giorni di attraversata che la allontanavano dal suo paese e dalla
sua famiglia e la traghettavano verso un nuovo mondo, accattivante sicuramente
ma anche complesso, selettivo, e per molti aspetti più chiuso e provinciale
della Berlino degli anni ’20? Eccitazione, paura, senso di colpa? Sicuramente
non le mancava il coraggio mentre, affacciata al parapetto, sporgeva la testa
sui flutti del mare, le mani tra i capelli …
Oggi
un appassionato di cinema che arrivi a Berlino DEVE assolutamente visitare la
Filmhaus che si trova a Potsdamerstr all’interno del Sony Center e, se
possibile, deve farlo più volte perché c’è così tanto e interessante materiale
da visionare che una sola non basta.
All’entrata
ci si immerge in un’architettura spettacolare che, con un gioco di specchi, permette
al visitatore una esperienza visiva appagante. Poi il museo propone un percorso
storico e tecnologico incentrato soprattutto sul cinema tedesco, dalle origini
del muto al sonoro e fino ai giorni nostri.
C’è
veramente di tutto: allestimenti di teatri di prosa, copioni, tutti i tipi di
macchine da presa possibili, filmati…e poi arriva la sezione dedicata a lei,
Marlene, e i sensi percepiscono immediatamente la sua bellezza. I nostri occhi
indugiano sugli abiti che l’hanno resa famosa mentre alle loro spalle scorrono
le immagini dei film in cui lei li ha indossati, sono abiti eleganti dalle
nuances di colori bellissimi e originali, gonne a tubo che arrivano a metà
polpaccio, giacche con spalline, tailleur dal taglio un po' mascolino,
pantaloni morbidi. Doveva avere una vita sottile Marlene, oltre alle gambe
bellissime che ammaliavano uomini e donne, uno sguardo provocante, le guance un
po' incavate…dicono fosse impossibile resisterle e non si fa fatica a crederlo.
Ogni abito è corredato da calzature artigianali, pezzi unici creati
appositamente per lei, scarpe molto femminili con tacchi di varie forme e
altezze ma sempre di un gusto squisito. E poi oggetti che Marlene usava per
truccarsi, pettini e spazzole per i suoi capelli, valigie e beauty-case,
cappelli, insomma tutto quanto le occorreva sul set, sul palcoscenico o nel
quotidiano, e poi lettere autografe e corrispondenza che la riguarda, foto che
la ritraggono sola o insieme a personaggi dello spettacolo, attori, registi,
politici e amanti, uomini e donne. Perché Marlene, prima di molti altri, prima
che andasse di moda rendere pubbliche le proprie tendenze sessuali, aveva
schiettamente dichiarato la propria bisessualità. Che sia benedetta per la sua
libertà intellettuale!
Così
che si è meritata un posto, non in paradiso, ma su una delle più iconiche
copertine discografiche di tutti i tempi, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts
Club Band, l’album che i Beatles pubblicarono nel 1967: in prima fila, in
tailleur pantaloni giallo accanto all’altrettanto mitico George Harrison.
Marie
Magdalene Dietrich era nata a Berlino nel 1901, una targa al numero 65 di
Sedanstrasse (oggi Leberstr) nel quartiere di Schoenberg ricorda che l’artista
visse qui nei suoi anni berlinesi. Studiò prima nella sua città natale e poi a
Weimar canto, violino e pianoforte. Tornata a Berlino cominciò a frequentare il
teatro Grosses Schauspielhaus dove fu notata e scritturata, a soli 21 anni, per
il ruolo della vedova nella Bisbetica domata. A partire da quel
momento la sua carriera fu inarrestabile. Passò attraverso il Cabaret, che
negli anni ’20 a Berlino andava per la maggiore e approdò al cinema. Nel ’23
sposò il giovane regista Rudolf Sieber padre della sua unica figlia Maria
Elisabeth. Il musicista russo Misha Spoliansky suggerì alla giovane Marlene,
che nel frattempo studiava canto e recitazione, di accentuare il timbro di
sensualità e ambivalenza sessuale – una sua caratteristica che contribuì non
poco a renderla famosa.
Arriviamo
al ’29, quando il regista Josef Von Sternberg la notò e la volle a tutti i
costi nel ruolo di Lola nella trasposizione cinematografica del racconto di
Heinrich Mann (fratello di Thomas) Professor Unrat che diventò Der
blaue Engel e nel quale film Marlene canta Ich Bin Die Fesche Lola (io sono
la sexy Lola)… Fu Sternberg che la volle bionda e le disse di guardare con
sfrontatezza la macchina da presa, e fu così che quel viso in primo piano e
quello sguardo sfacciato puntato verso la camera che non lasciavano
nulla, ma anche tutto, all’immaginazione, divennero iconici!
Il
giorno successivo alla prima de L’angelo azzurro la Dietrich sale sul
transatlantico che la porterà negli Stati Uniti, a Berlino lascia marito e
figlia. Il suo percorso artistico, soprattutto hollywoodiano, l’Oscar e
tanti altri premi, i concerti, l’opposizione alla Germania nazista, il volontariato
per le tournée dell’USO, la canzone Lili Marleen (Marlene) sono
noti.
Morirà
a Parigi, il 6 maggio del 1992.
La figlia Maria Riva, che ha compiuto
100 anni lo scorso 13 dicembre, le ha dedicato un libro che non tesse
propriamente le lodi della madre, anzi la descrive come una donna egoista,
fredda, priva di empatia. Scrive dei suoi amanti, molti e famosi, uomini e
donne e la chiama mostro! Non mi interessa riportare le parole e le descrizioni
di Maria Riva riguardo l’ultimo periodo di vita di Marlene. Marlene Dietrich,
la donna e l’artista, aveva scelto di vivere rinchiusa nella sua casa parigina
e di non mostrarsi agli occhi di tutti, vecchia e malata. Voglio ricordarla
magnifica e affascinante nella sua ultima apparizione cinematografica accanto a
David Bowie in Gigolò (tit. or. Schoner Gigolo, armer Gigolo
(1978).
Lei
desiderava essere sepolta accanto alla madre Wilhelmina Elisabeth e infatti si
trova nel cimitero Friedhof Stubenrauchstrasse, quartiere Friedenau, nel
distretto di Schoneberg. La sua tomba è una semplice lapide posta a terra e
circondata, insieme alle altre, da un bosco e giardini curati come tutti i
cimiteri berlinesi.
Ogni
tanto vado a trovarla, mi fermo qualche minuto a pensare, a lei o a tutto, e le
lascio un fiore.
Bionota
Sono nata a Roma nel 1957.
Dopo essermi laureata in Lettere presso l'università La Sapienza, sono entrata in ruolo ed ho insegnato prevalentemente nei licei artistici. Venuta in contatto col mondo dell'arte, soprattutto romano, ho aperto negli anni ’90 una galleria d'arte nel quartiere di Trastevere dove ho esposto numerose mostre di pittori e scultori, emergenti e non. Una bella e molto impegnativa esperienza durata circa dieci anni.
Successivamente ho conseguito tre Master presso l'università Tor Vergata, importanti sia per la mia formazione personale che per la mia professione di docente.
Nel 2007 ho scoperto Berlino, diventata la mia seconda patria e dove trascorro alcuni mesi dell'anno.
Mi diverto con il teatro amatoriale “calcando le scene" da circa dieci anni.
A gennaio del 2024 ho autopubblicato su Amazon il mio primo romanzo intitolato Una via tranquilla e ora mi dedico alla stesura del secondo.
Sempre gradevoli i tuoi articoli. Grazie.
RispondiEliminaGrazie a te!
RispondiEliminaMolto molto interessante! Peccato non poter visitare il museo! Grazie, bell'articolo!
RispondiEliminaMolto molto interessante, peccato non poter visitare la mostra! Grazie bell'articolo! Patrizia De Sanctis
RispondiEliminaInteressante, piacevole da leggere. Bisogna assolutamente tornare a Berlino. Anonimo
RispondiEliminaMolto apprezzato anche da una "lontana" cugina.
RispondiEliminaGrazie!
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