«Un anno di scuola» di Laura Samani - L'occasione mancata di un ritratto generazionale (CINEMA) ~ di Fulvio Senardi - TeclaXXI

 

CINEMA

 

Fulvio Senardi

 

Un anno di scuola di Laura Samani - L’occasione mancata di un ritratto generazionale




         Corre ora nelle sale, accompagnato da un’ottima critica, il film di Laura Samani Un anno di scuola, già presentato alla Mostra del cinema di Venezia del 2025. Una pellicola di ambientazione triestina che si ispira al racconto di Giani Stuparich Un anno di scuola, recentemente ristampato da Quodlibet. Sfrondando le pagine di Stuparich di tutto ciò che rende inimitabile il racconto, e riducendone lo spessore problematico e la caratterizzazione storica a qualche aspetto più ovvio (il dialetto locale, gli scorci di città) Samani ne conserva la traccia essenziale.

        È la vicenda di una ragazza che viene da fuori in una classe tutta maschile, nell’anno della maturità, e che ambisce a inserirsi in un terzetto di amici che vive, liberi da scuola, giornate di dolce, sventata giovinezza: un eterno carnevale (e carnevalesca è infatti l’ambientazione in cui si colloca la fatale agnizione che dinamizza la trama); poi  il tenero amoretto con uno di essi, che suscita il fastidio nell’ambiente femminile di contorno e la gelosia di uno dei giovani, abituato alle facili conquiste e che da lei si è fatto affascinare, un bacio dato per gioco che alimenta nel prescelto un’ombra di risentimento, l’onda di rifiuto che si concretizza in una scritta insultante sul muro della scuola. E Fred, questo il nome, che, ferita, ripiega, allontanandosi, nella sua esistenza di prima per ripresentarsi a Trieste a sostenere l’esame, e riprendere quindi il suo percorso, in pace con sé stessa, con consapevolezza e autonomia.

        Forse è stato necessario, per una più facile gestione registica, la collocazione della storia in un ITIS e “disancorare” i ragazzi dalle famiglie, in effetti del tutto cancellate, mostrandoli preferibilmente nella tana-rifugio di una tipografia in disuso, dove, in uno spensierato cameratismo a tre, passano a volte anche la notte. L’ ITIS è infatti la sola scuola di secondo grado dove è forse possibile che la presenza femminile sia fortemente minoritaria (come nel Liceo negli anni raccontati da Stuparich) fino al caso estremo di una sola ragazza in una scolaresca tutta maschile (ma quale dirigente scolastico sarebbe così demente da precostituire una situazione del genere?) D’altra parte, escludere ogni approfondimento dei contesti famigliari garantisce all’intreccio un’essenzialità di linee che è però depauperante da ogni punto di vista: psicologico, socioculturale, politico. Senza famiglia, insomma, questi diciannovenni del 2007, sono rappresentati a una sola dimensione. Quel poco che serve per l’intreccio amoroso e aiuta a sfiorare il tema, mai veramente problematizzato, della sfida dei sessi in una società, anche sul versante giovanile, desolatamente maschilista. Hanno in capo, per capirsi meglio, solo le bevute e la fica; oltre a questo il vuoto. Nessuna discussione sui temi dello sport che, da che mondo è mondo, anzi, da che scuola è scuola, appassionano gli adolescenti in maniera talvolta fanatica (la Triestina calcio era allora in serie B e non pochi la tifavano, mentre l’Inter furoreggiava in serie A). Nulla che richiami, magari da lontano e di scorcio, il contesto politico, particolarmente, allora, delicato (al governo era Prodi, dopo un lungo periodo berlusconiano, ma il grande corruttore sarebbe ritornato a Palazzo Chigi l’anno seguente), nemmeno per induzione di possibili discussioni in famiglia (dimenticavo: ne hanno una?) E si tratta di diciannovenni che, per quanto certamente al di là delle ideologie politiche del Novecento, avrebbero presto votato nelle elezioni dell’aprile 2008 vinte di nuovo da Berlusconi (affluenza del 78%, a indicare una partecipazione alla vita politica piuttosto ampia).

        Ma ancora: il grande movimento degli studenti medi e universitari del 2008, la famosa “onda anomala” antiberlusconiana con il memorabile “no Gelmini day” non ha in questa scuola e in questa classe alcun germe premonitore? E poi, oltre a flirtare e vivere di acerba goliardia, bottiglia in mano e spinello sulle labbra, una quotidianità a senso unico, il terzetto sotto i riflettori coltiva forse qualche interesse? Che so, un hobby, uno sport, l’informatica, la briscola e il tresette, il bricolage, un animale di compagnia, le corse in motoretta, una passione musicale (bella, a proposito, e congrua al momento storico la colonna sonora) magari con la pratica di uno strumento, un programma televisivo, la grande sorgente dell’immaginario giovanile (metti Striscia la notizia o iI Grande Fratello?) Sarà pure che l’ITIS si colloca, in prospettiva socioculturale, nei piani bassi dell’articolato sistema scolastico italiano, ma la totale assenza di ogni interesse, se non le due cose di cui si è detto, è, mi pare, tanto falsante che disturbante. Non è ad ogni modo la scuola che ho conosciuto io in quegli anni (ma insegnando nelle classi dei ricchi e colti, ovvero ai Licei) e mi domando come fosse quella di Samani che nel 2007 aveva 18 anni e frequentava il Liceo triestino dell’élite (anche lì, tra i maschietti sui banchi, solo fica e vino?)

        Mi si dirà che Anteo, il prescelto, si diletta di poesia e ne legge addirittura una alla curiosa Fredrika; ma tutto si ferma qui, non sia mai che un discorso “culturale” di qualche spessore screzi la felice animalità bambina dell’umanità rappresentata. Dalla caratterizzazione insufficiente perché svuotata, resa “liscia” per non appesantire, ritagliata su fogli di carta velina, in fondo quasi caricaturale. E priva così dei titoli per rappresentare l’universo giovanile degli inizi di millennio.

        Si sarà ormai capito che il film, tanto lodato come prova riuscita di una regista valente, non mi è piaciuto. Ma ciò non mi ha impedito di apprezzare qualche scelta assai felice. Le indico in velocità: il dialetto triestino come codice esclusivo (registrando la realtà linguistica della città), le istantanee di Trieste che in gran parte evitano le più diffuse “cartoline” turistiche, qualche battuta in sloveno, per offrire una traccia dell’Altro della Venezia Giulia. Un voto basso invece alla scena finale che tanto è piaciuta: riscrive, nella passeggiata di Fred, la scena conclusiva delle Notti di Cabiria (isolando la figura femminile cui fa da contorno, nel film di Fellini, una comitiva di allegroni), con quel graduale passaggio dalla tristezza al sorriso che si accende trionfante nell’ultimo fotogramma.


FULVIO SENARDI

 

BIONOTA Fulvio Senardi, insegnante e saggista, presiede l’Istituto giuliano di storia cultura e documentazione di Trieste e Gorizia.  Oltre a numerosi saggi di argomento storico-letterario, ha firmato varie monografie (Aldo Nove, D’Annunzio, Stuparich) e numerosi volumi che raccolgono i saggi dei convegni (e non solo) da lui organizzati negli anni (cfr. ww.istitutogiuliano.it). Collabora alle maggiori riviste italiane di storia della letteratura ed è redattore de «Il Ponte rosso» on line.

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