«Un anno di scuola» di Laura Samani - L'occasione mancata di un ritratto generazionale (CINEMA) ~ di Fulvio Senardi - TeclaXXI
CINEMA
Fulvio Senardi
Un anno di scuola
di Laura Samani - L’occasione mancata di un ritratto generazionale
È la vicenda di una ragazza che viene da
fuori in una classe tutta maschile, nell’anno della maturità, e che ambisce a inserirsi
in un terzetto di amici che vive, liberi da scuola, giornate di dolce, sventata
giovinezza: un eterno carnevale (e carnevalesca è infatti l’ambientazione in
cui si colloca la fatale agnizione che dinamizza la trama); poi il tenero amoretto con uno di essi, che
suscita il fastidio nell’ambiente femminile di contorno e la gelosia di uno dei
giovani, abituato alle facili conquiste e che da lei si è fatto affascinare, un
bacio dato per gioco che alimenta nel prescelto un’ombra di risentimento, l’onda
di rifiuto che si concretizza in una scritta insultante sul muro della scuola.
E Fred, questo il nome, che, ferita, ripiega, allontanandosi, nella sua esistenza
di prima per ripresentarsi a Trieste a sostenere l’esame, e riprendere quindi
il suo percorso, in pace con sé stessa, con consapevolezza e autonomia.
Forse è stato necessario, per una più
facile gestione registica, la collocazione della storia in un ITIS e
“disancorare” i ragazzi dalle famiglie, in effetti del tutto cancellate,
mostrandoli preferibilmente nella tana-rifugio di una tipografia in disuso,
dove, in uno spensierato cameratismo a tre, passano a volte anche la notte. L’
ITIS è infatti la sola scuola di secondo grado dove è forse possibile che la
presenza femminile sia fortemente minoritaria (come nel Liceo negli anni
raccontati da Stuparich) fino al caso estremo di una sola ragazza in una
scolaresca tutta maschile (ma quale dirigente scolastico sarebbe così demente
da precostituire una situazione del genere?) D’altra parte, escludere ogni
approfondimento dei contesti famigliari garantisce all’intreccio un’essenzialità
di linee che è però depauperante da ogni punto di vista: psicologico, socioculturale,
politico. Senza famiglia, insomma, questi diciannovenni del 2007, sono
rappresentati a una sola dimensione. Quel poco che serve per l’intreccio
amoroso e aiuta a sfiorare il tema, mai veramente problematizzato, della sfida
dei sessi in una società, anche sul versante giovanile, desolatamente maschilista.
Hanno in capo, per capirsi meglio, solo le bevute e la fica; oltre a questo il
vuoto. Nessuna discussione sui temi dello sport che, da che mondo è mondo,
anzi, da che scuola è scuola, appassionano gli adolescenti in maniera talvolta
fanatica (la Triestina calcio era allora in serie B e non pochi la tifavano, mentre
l’Inter furoreggiava in serie A). Nulla che richiami, magari da lontano e di
scorcio, il contesto politico, particolarmente, allora, delicato (al governo era
Prodi, dopo un lungo periodo berlusconiano, ma il grande corruttore sarebbe
ritornato a Palazzo Chigi l’anno seguente), nemmeno per induzione di possibili
discussioni in famiglia (dimenticavo: ne hanno una?) E si tratta di
diciannovenni che, per quanto certamente al di là delle ideologie politiche del
Novecento, avrebbero presto votato nelle elezioni dell’aprile 2008 vinte di
nuovo da Berlusconi (affluenza del 78%, a indicare una partecipazione alla vita
politica piuttosto ampia).
Ma ancora: il grande movimento degli
studenti medi e universitari del 2008, la famosa “onda anomala”
antiberlusconiana con il memorabile “no Gelmini day” non ha in questa scuola e
in questa classe alcun germe premonitore? E poi, oltre a flirtare e vivere di
acerba goliardia, bottiglia in mano e spinello sulle labbra, una quotidianità a
senso unico, il terzetto sotto i riflettori coltiva forse qualche interesse?
Che so, un hobby, uno sport, l’informatica, la briscola e il tresette, il
bricolage, un animale di compagnia, le corse in motoretta, una passione
musicale (bella, a proposito, e congrua al momento storico la colonna sonora)
magari con la pratica di uno strumento, un programma televisivo, la grande
sorgente dell’immaginario giovanile (metti Striscia
la notizia o iI Grande Fratello?)
Sarà pure che l’ITIS si colloca, in prospettiva socioculturale, nei piani bassi
dell’articolato sistema scolastico italiano, ma la totale assenza di ogni
interesse, se non le due cose di cui si è detto, è, mi pare, tanto falsante che
disturbante. Non è ad ogni modo la scuola che ho conosciuto io in quegli anni
(ma insegnando nelle classi dei ricchi e colti, ovvero ai Licei) e mi domando
come fosse quella di Samani che nel 2007 aveva 18 anni e frequentava il Liceo triestino
dell’élite (anche lì, tra i maschietti sui banchi, solo fica e vino?)
Mi si dirà che Anteo, il prescelto, si
diletta di poesia e ne legge addirittura una alla curiosa Fredrika; ma tutto si
ferma qui, non sia mai che un discorso “culturale” di qualche spessore screzi
la felice animalità bambina dell’umanità rappresentata. Dalla caratterizzazione
insufficiente perché svuotata, resa “liscia” per non appesantire, ritagliata su
fogli di carta velina, in fondo quasi caricaturale. E priva così dei titoli per
rappresentare l’universo giovanile degli inizi di millennio.
Si sarà ormai capito che il film, tanto
lodato come prova riuscita di una regista valente, non mi è piaciuto. Ma ciò
non mi ha impedito di apprezzare qualche scelta assai felice. Le indico in
velocità: il dialetto triestino come codice esclusivo (registrando la realtà
linguistica della città), le istantanee di Trieste che in gran parte evitano le
più diffuse “cartoline” turistiche, qualche battuta in sloveno, per offrire una
traccia dell’Altro della Venezia Giulia. Un voto basso invece alla scena finale
che tanto è piaciuta: riscrive, nella passeggiata di Fred, la scena conclusiva delle
Notti di Cabiria (isolando la figura
femminile cui fa da contorno, nel film di Fellini, una comitiva di allegroni),
con quel graduale passaggio dalla tristezza al sorriso che si accende trionfante
nell’ultimo fotogramma.
FULVIO SENARDI


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