Il primo e il secondo duetto d'amore ne «Il Ballo in maschera» di Verdi (MELODRAMMA) ~ di Riccardino Massa - TeclaXXI

 MELODRAMMA

 

Riccardino Massa

 

Il primo e il secondo duetto d’amore nel Ballo in maschera di Verdi


*tutte le foto dell'articolo sono offerte dall'autore
 

 

        Saranno più di cento volte che per ragioni di lavoro, oppure per piacere personale, assito al preludio di un omicidio in diretta. Detto così potrei essere scambiato per un serial killer, oppure per un funzionario della squadra mobile che si occupa di delitti. In realtà, si tratta solo di assistere a una rappresentazione di un melodramma. La storia risaputa è la variante verdiana del Gustave III ou Le bal masqué di Eugene Scribe, o per meglio dire, la trasposizione americana di un dramma tutto europeo dove un monarca viene ucciso.

        Nel caso reale europeo, l’omosessualità accertata (probabile bisessualità) di Guglielmo III di Svezia mal si addice al dramma amoroso messo in scena. Prima con musica di Auber nel 1833 per l’Opera di Parigi, poi con l’opera di Saverio Mercadante Il Reggente (Libretto di Salvatore Cammarano) andata in scena al Teatro Regio di Torino nel 1843 e quindi con la musica di Verdi (il libretto è di Antonio Somma) il 17 febbraio 1859 al Teatro Apollo di Roma con il titolo Un ballo in maschera.




        La storia, per i neofiti dell’opera lirica, è semplice. Inoltre, sicuramente contiene tematiche che con la realtà dell’evento hanno poco a che fare. Da un lato vi è il tenore verdiano protagonista di un dramma d’amore (Riccardo, conte di Warwick) che segretamente ama il soprano, cioè l’eroina femminile Amelia (moglie del creolo segretario del conte), la quale, anch’essa segretamente, ricambia i sentimenti. Dall’altro lato, l’antagonista è il baritono (Renato, marito di Amelia) che proprio per il fatto di essere onesto nei confronti del Conte e pronto al sacrificio per lui contro i congiurati che cercano di ucciderlo, dovrebbe avere tutta la stima dei maschi. Un’empatia spontanea nei confronti di Renato proprio per il fatto che ignaro della relazione (seppur platonica tra la moglie e il suo miglior amico) dovrebbe caratterizzare il sentimento di vicinanza. Ciò nonostante “Al cuor non si comanda”.   Se la razionalità empatica porta più a una solidarietà verso il personaggio di Renato, l’illogicità dei sentimenti ci conduce a simpatizzare nei confronti di chi è pronto a sconvolgere la vita propria e altrui solo per manifestare liberamente la verità dell’amore profondo e irrazionale.

        Il mutamento avvenuto delle condizioni sociali della donna rispetto all’epoca della composizione non ci permetterebbe di approvare il ruolo subalterno della donna nell’opera lirica.




        In realtà, chi conosce l’opera lirica sa benissimo che questa subalternità è solo apparente, se la si depura dalla costrizione del momento storico nel quale l’opera è stata composta. Ci troviamo di fronte a due amanti che lottano contro i loro sentimenti, i quali li porterebbero a una passione sublime se non fossero in qualche modo fermati dai loro razionali sensi di colpa. Amelia, dopo l’incontro con l’indovina Ulrica (è degno d’interesse notare come il nome del personaggio di Ulrica è uguale al secondo nome della madre del reale Guglielmo III di Svezia) si reca “all’orrido campo” alla ricerca di un’erba magica che dovrebbe far tacere il cuore. In quel luogo, si incontra con Riccardo, e qui avviene il primo duetto d’amore (Atto II scena seconda). Lei cerca con tutte le sue forze di contrastare il mal d’amore che Riccardo ha l’ardire di manifestare.

 

     Amelia

Ah, mi lasciate…

Son vittima che geme…

Il mio nome almen salvate…

O lo strazio ed il rossore

La mia vita abbatterà

 

    Riccardo

Io lasciarti? No, giammai,

Nol poss’io; che m’arde in petto

Immortal di te l’affetto

 

     Amelia

Conte, abbiatemi pietà.

 

    Riccardo

Così parli a chi t’adora?

Pietà chiedi, e tremi ancora?

Il tuo nome intemerato

L’onor tuo sempre sarà

 

     Amelia

Ma, Riccardo, io son d’altrui…

Dell’amico più fidato

 

        A questo punto, la musica di Verdi rallentando il ritmo ci porta a un “adagio” in decasillabi (“Non sai tu che se l’anima mia, il rimorso dilacera e rode”) e poi sempre su una melodia commovente che cresce in passione e tenerezza (“Quante notti ho vegliato anelante! Come a lungo infelice lottai! Quante volte dal cielo implorai! La pietà che tu chiedi da me!). Dopo un ennesimo tentativo di resistenza alla manifestazione dei reali sentimenti con l’impennata di Amelia (“Son di lui che il suo sangue ti diè”) senza soluzione di continuità vi è la confessione (“Ebben, si, t’amo…”) le virgole stanno a indicare un tentativo balbettante di frenare la dichiarazione, come se ancora un pudore raziocinante limitasse l’ardire della protagonista femminile.

        La felicità di Riccardo scoppia nell’ambito musicale spezzando i vincoli melodici e proiettandosi verso una cabaletta che esprime felicità (Oh, qual soave brivido”). Nello stesso atto, successivamente, vi è la capacità musicale di curvare l’azione drammaturgica dalla tragedia alla commedia. 

 

     Samuel, Tom e aderenti (Coro uomini)

 Ve’, la tragedia mutò in commedia

Ahahah!

E che baccano sul caso strano

E che commenti per la città.

 

        Ciò detto, mi vorrei invece concentrare sul secondo duetto d’amore di questa opera verdiana (Atto III scena ottava) dove i due amanti compaiono mascherati e dove Riccardo incontra la segreta latrice dei messaggi (Amelia stessa) a lui diretti e che cercano di salvarlo dalla congiura assassina alla quale, ormai, partecipa anche Renato dopo aver scoperto i sentimenti dei due, ma soprattutto, dopo essere stato oggetto della curiosità pettegola che si presenta nel finale secondo atto, con  il coro dei congiurati che  lo deridono pubblicamente.


 

                                    Carolina Barbot (Amelia), 1860

        L’incontro tra i due nel finale avviene durante un ballo che si caratterizza da una musica in scena. Un’orchestra d’archi. A volte presente in costume, a volte suonata in quinta. Qui il modello verdiano nella scena assomiglia alla scena del ballo nel Don Giovanni di Mozart con il ritmo delle danze che segna lo scorrere del tempo e il suo divenire tragico. Se da un lato il coro felicemente canta “Fervono amori e danze” accompagnato dalla banda fuori scena, in altro momento la drammaturgia musicale si concentra nell’incontro tra il paggio Oscar e Renato (nella canzoncina cantata dal paggio “Saper vorreste”). Poi ancora una frantumazione musicale, che ci porta ad assaporare il secondo duetto d’amore. Frantumazione, poiché in questo terzo atto continuano a essere capovolte le prospettive da un punto di vista musicale e drammaturgiche. Infatti, Riccardo ha deciso di allontanare da lui Amelia insieme al marito Renato inviandoli nella terra d’origine (l’Inghilterra) e così cercando di ristabilire l’ordine coniugale. Vediamolo questo duetto accompagnato da una mazurca che viene realizzata dall’orchestra d’archi:

 

Amelia

Ah, perché qui! Fuggite

Riccardo

Sei quella dello scritto?

Amelia

La morte qui v’accerchia

Riccardo

Non penetra nel mio

Petto il terror

Amelia

Fuggite, fuggite, o che trafitto

Cadrete qui!

Riccardo

Rivelami il nome tuo.

Amelia

Gran Dio!

Nol posso.

Riccardo

E perché piangi… mi supplichi atterrita?

Onde cotanta senti pietà della mia vita?

Amelia

Tutto, per essa, tutto il sangue mio darei!

Riccardo

Invan ti celi, Amelia: quell’angelo tu sei!

Amelia

T’amo, si, t’amo, e in lacrime

A’ piedi tuoi m’atterro,

Ove t’anela incognito

Della vendetta il ferro.

Cadavere domani

Sarai se qui rimani.

Salvati, va’, mi lascia,

Fuggi dall’odio lor.

Riccardo

Sin che tu m’ami, Amelia,

Non curo il fato mio,

Non ho che te nell’anima,

E l’universo oblio.

Né so temer la morte,

Perché di lei più forte

È l’aura che m’inebria

Del tuo divino amor.

Amelia

Dunque, vedermi vuoi

D’affanno morta e di vergogna?

Riccardo

Salva

Ti vo’. Domani con Renato andrai…

Amelia

Dove?

Riccardo

Al natio tuo cielo

Amelia

In Inghilterra!

Riccardo

Mi schianto il cor…ma partirai… ma… addio.

 

        Questo ballo, danzato dai due protagonisti, ha nel passo una blanda stanchezza. Un ritmo fiacco e sonnacchioso che nella prima parte accompagna la richiesta di Riccardo di scoprire chi si premura di salvarlo, poi, dopo il disvelamento, passando dal Fa maggiore al Re bemolle maggiore assume un tono più patetico. Ma nell’intreccio tra danza e canto sarà la seconda ad avere il predominio (la danza si interrompe più volte per poi riprendere, come a sospendere il tempo dell’azione). Dopo essere stato pugnalato da Renato, Riccardo che confesserà al suo antagonista la purezza e l’innocenza di Amelia, si mantiene in vita per parecchio. Anche questa volta Verdi prolunga l’agonia del protagonista oltre a quelle che possono essere le comuni capacità umane nel resistere alla morte. Una resistenza fisica inspiegabile da un punto di vista scientifico e medico, ma che permette l’epilogo drammaturgico nell’opera lirica senza che questa possa essere interrotta prima che venga dichiarato tutto il necessario.   


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RICCARDINO MASSA

BIONOTA

Riccardino Massa (1956) è nato nel “Canavese” (Piemonte centrale). Dal 1986 al 2020 ha svolto la professione di Direttore di scena al Teatro Regio di Torino. Ha ripreso la regia di Roberto Andò de Il flauto magico di Mozart nei Teatri lirici di Cagliari, Palermo e Siviglia, nonché la regia di Lorenzo Mariani de Un Ballo in Maschera di Verdi e quella di Jean Luis Grinda della Tosca di Puccini, entrambi al teatro Bunka Kaikan di Ueno in Giappone. Ha poi realizzato la messa in scena de L’Orfeo per il festival Casella e recentemente la ripresa della regia di Gregoretti del Don Pasquale di Donizetti al Regio di Torino.


 

 

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