Giuseppe Giacosa: il drammaturgo del Canavese che segnò il teatro italiano del secondo 800 (TEATRO) ~ di Riccardino Massa - TeclaXXI
TEATRO
Riccardino
Massa
Giuseppe Giacosa
il drammaturgo del Canavese che segnò il teatro italiano del secondo 800
Vi è un luogo nel Canavese che è uno
scrigno di emozioni. Non solo perché all’interno sono ancora contenuti gli
scritti di un artista, composti nella seconda metà dell’Ottocento e i primi del
XX secolo. Non solo perché la natura stessa del posto rappresenta
magistralmente un luogo dell’anima che sta a metà strada (siamo nella fascia
pedemontana che divide le grandi cime delle Alpi Graie dalla pianura Padana),
ma perché in quel luogo si sente la magia della presenza di grandi protagonisti
della vita culturale europea (Eleonora Duse, Arrigo Boito, Antonio Fogazzaro,
Giovanni Verga, Giacomo Puccini, Edmondo De Amicis, Marco Praga, Émile Zola).
In
una casa, collocata oggi nel Comune di Colleretto Giacosa (un tempo Colleretto
Parella) in provincia di Torino, il 21 ottobre del 1847 nacque e il 1°
settembre 1906 vi morì Giuseppe Giacosa. Il noto librettista che, insieme a
Luigi Illica, compose la prosa di capolavori del melodramma pucciniano quali: Bohème,
Tosca, Madama Butterfly.
Giacosa però era infastidito dal fatto
di essere ricordato esclusivamente come librettista di Puccini, anche proprio
ciò lo ha portato alla notorietà e lo porta tuttora ad essere conosciuto nel
mondo intero. Infastidito, in quanto la sua produzione letteraria e teatrale è
incredibilmente vasta1 e rappresenta un’evidente cesura con il
vecchio mondo artistico post-unitario, ancora legato alla retorica
risorgimentale senza per questo cadere in quell’universo artistico
tardoromantico. Insomma, un mondo artistico “di mezzo”.
Giacosa appartiene a una generazione
dell’Ottocento italiano che ingiustamente è stata compressa sull’immagine
dell’Italia Umbertina dei buoni sentimenti e degli ideali pseudoeroici. Una
generazione di artisti che non riuscirono in vita a scrollarsi di dosso la
mitologia risorgimentale, ma neppure a rappresentare quelle che furono le nuove
inquietudini ben narrate invece da artisti come Pirandello.
Un mondo di mezzo che ha tuttavia la sua
originalità.
Rispetto al movimento coevo della Scapigliatura2,
ritengo che Giacosa esprima una originalità soprattutto perché, a differenza di
quegli intellettuali che contestavano l’establishment letterario e la retorica
risorgimentale, lui si dichiarava fiducioso nelle istituzioni civili, nel
progresso e andava fiero del processo di costruzione del nuovo Stato unitario
con matrice piemontese.
Un orientamento ideologico educativo che
faceva perno sull’ottimismo e sull’attivismo e che andava affermandosi in
quegli anni, prendendo a esempio Paesi come l’Inghilterra e gli Stati Uniti. Se
la prima impressione nelle letture dei testi teatrali potrebbe dipingerci un
Giacosa tutto chiuso nell’interpretare il dramma borghese indagato con toni
dimessi (Si pensi a Il trionfo dell’amore oppure a Storia vecchia andati
in scena nella prima metà degli anni Settanta dell’Ottocento), la
lettura del racconto Impressioni d’America lo conferma come un acuto
osservatore delle cose d’oltre oceano.
Quindi
un Giacosa poliedrico che ha anche una evidente matrice cosmopolita, non
assolutamente provinciale come parte della critica lo ha immeritatamente
descritto. Poliedrico perché capace anche
di slanci veristici apprezzati da autori suoi contemporanei.
“Carissimo amico, ho letto finora soltanto
le prime tre novelle: Non aspetto di aver finito il volume a dirti che sono
entusiasta…Ah! Come t’ invidio quella verità, come sento la mia è, in paragone,
studiata, stentata e fredda…”3.
Amato, ma anche banalizzato come
successe dopo l’andata in scena della commedia in un atto I diritti
dell’anima4. Sarà lo stesso Benedetto Croce che lo accuserà di “ibsenismo”,
seppur il suo lavoro fosse ben lontano dal Casa di Bambola, in quanto il
dramma giacosiano affronta il tema dell’adulterio spirituale e non la tematica
sociale e il desiderio di emancipazione che troviamo nel personaggio di Nora presente
nel dramma ibseniano. Tema dell’adulterio che il Giacosa aveva già affrontato
con il testo teatrale Luisa5, un dramma borghese in tre atti.
La vera svolta drammaturgica avviene con
Tristi amori6 commedia anch’essa in tre atti e in Come
le foglie7, commedia in quattro atti. Quest’ultima
produzione quasi contemporanea all’andata in scena della Tosca di
Puccini (14 gennaio 1900 al teatro Costanzi di Roma). La svolta consisteva,
come ebbe modo di scrivere Giovanni Pozza, il maggior critico teatrale milanese
di quell’epoca, “Uno studio delicato delle mezze tinte umane, dal quale
scaturisce un dialogo nuovo”.
Al contrario, l’ultimo dramma
rappresentato in vita, cioè Il più forte8 è una riflessione
focalizzata sullo scarto incolmabile tra il mondo degli affetti famigliari e
quello degli affari con il cinismo e la sua amoralità. Quest’ultimo dramma
troverà critiche dai tenui entusiasmi 9.
Possiamo dire che lo scrittore amava il
Canavese, sua terra d’origine, dove abitò per tutta la sua vita trovando questo
luogo il posto migliore per concentrarsi sulle sue creature teatrali, ma
guardava e si apriva al resto del mondo.
In questo articolo ci preme anche ricordare
oltre all’autore, la provincia che lui ha abitato, e che ha visto la presenza
di amici intellettuali, i quali hanno rappresentato nuove forme di illustrazione
dell’arte post-unitaria. Per esempio, per quanto riguarda l’arte figurativa, ricordiamo
gli artisti del pennello aggiornati e non più legati al modello del paesaggio
di età romantica.
Sotto l’influsso di questi amici artisti,
nel suo studio in questa casa, si dedicherà anche alla ricerca
storico-documentaria sul medioevo soprattutto quando verrà coinvolto
nell’impresa dell’esposizione nazionale tenutasi a Torino nel 1884. Per la
quale scriverà l’introduzione al catalogo della mostra e coordinerà un ciclo di
conferenze su diversi aspetti della vita medioevale con la partecipazione di
relatori importanti come Arturo Graf, Camillo Boito e Giosuè Carducci. Saranno
ospiti della casa pittori come Vittorio Avondo, Carlo Pittara, Federico
Pastoris, Alfredo d’Andrade, ma anche scrittori come Verga e filosofi come Croce
e, ancora, compositori come Puccini nonché direttori d’orchestra come Toscanini
oppure economisti come Luigi Einaudi.
Come scrisse Salvator Gotta “Non
credo esista in Italia un’altra casa che abbia raccolto, per più di trent’anni,
tra i suoi muri, tanto fervore d’artistica fiamma, tanto calore di domestici
affetti vivificati da un idealismo sano, da una fede entusiastica nei valori
dello spirito…”.
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1) Sono
29 i testi teatrali conosciuti dei quali quattro solo postumi, Mentre i
libretti d’opera risultano solo 4.
2) (Scrittori
come Rovani, Praga, Igino Ugo Tarchetti, Giovanni Camerana, Arrigo e Camillo
Boito).
3) Lettere
di Antonio Fogazzaro in relazione al testo “Novelle e paesi valdostani” di G.
Giacosa pubblicato nel 1886.
4) Rappresentata
a Verona al Teatro Nuovo il 26 febbraio 1894.
5) Rappresentato
a Milano al Teatro Manzoni il 21 febbraio 1879.
6) Rappresentata
a Roma al Teatro Valle nel 1887.
7) Rappresentata
a Milano al Teatro Manzoni il 31 gennaio 1900.
8) Rappresentato
a Torino al Teatro Alfieri il 25 novembre 1904.
9) “Se mai dicessimo a Giuseppe Giacosa che tutta
la vasta elegante folla di pubblico accorsa ieri a salutare per la prima volta
la nuova commedia di lui sia stata da casa conquistata, con persuasione e con
slancio, affermeremmo cosa non esatta” dall’archivio storico La Stampa
(Gazzetta piemontese) – sabato 26 novembre 1904 – Anno XXXVIII – pag. 3.
10)
Il circolo degli artisti prende il nome
della località del Canavese il cui castello, restaurato dall’architetto e
pittore Alfredo D’Andrade, fu acquistato dal cognato del pittore Carlo Pittara
e utilizzato da lui e dai suoi amici paesisti per le sedute di lavoro
all’aperto durante i periodi estivi.
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RICCARDINO MASSA
BIONOTA
Riccardino Massa (1956) è nato nel “Canavese” (Piemonte centrale). Dal 1986 al 2020 ha svolto la professione di Direttore di scena al Teatro Regio di Torino. Ha ripreso la regia di Roberto Andò de Il flauto magico di Mozart nei Teatri lirici di Cagliari, Palermo e Siviglia, nonché la regia di Lorenzo Mariani de Un Ballo in Maschera di Verdi e quella di Jean Luis Grinda della Tosca di Puccini, entrambi al teatro Bunka Kaikan di Ueno in Giappone. Ha poi realizzato la messa in scena de L’Orfeo per il festival Casella e recentemente la ripresa della regia di Gregoretti del Don Pasquale di Donizetti al Regio di Torino.
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