Pedagogia chimica - Episodio 5 (NARRATIVA/DIARIO DI UNA PRESIDE) ~ di Paola Cardarelli - TeclaXXI
NARRATIVA/
DIARIO DI UNA PRESIDE
Paola Cardarelli
Pedagogia chimica
– Episodio 5
Ricevo una mail
formalmente molto curata nella quale mi chiedono di essere ricevuti: intendono
iscrivere al Liceo la figlia, una ragazza con ADHD, acronimo per Disturbo da
deficit di Attenzione e Iperattività, quello con cui comunemente definiamo gli
“iperattivi”. I signori Cifarelli, gentilissimi, mi chiedono un appuntamento
“sollecito” che gli accordo in due giorni.
Si
presentano in lieve anticipo e quando vado loro incontro li trovo nell’atrio
piuttosto distanti uno dall’altra, tanto che penso forse sono separati.
Il
papà indossa degli occhiali scuri che si toglie immediatamente mentre mi
avvicino. La mamma rimane sorridente nell’angolo sistemandosi una elegante
giacca beige di maglia lunga fino alle caviglie.
Sono
entrambi molto minuti ed entrambi hanno mani molto sottili e delicate che
stringono la mia senza vigore.
Li
faccio accomodare e chiedo loro di raccontarmi della ragazza. Ci tengono a
dirmi che il figlio più grande già frequenta il nostro liceo, è in seconda e si
trova benissimo: l’esperienza del primogenito li ha molto soddisfatti e credono
che sarebbe il contesto giusto anche per Eleonora.
Mi
dicono che hanno capito presto che la figlia aveva qualcosa che non andava e
quindi psicologo, neuropsichiatra e poi logopedia, psicoterapia, tutor a casa. Parent
training. La valutazione è stata fatta al Campus Bio Medico, a Roma, lì
sono specializzati e hanno eseguito tutti i test necessari. Provo a interrompere la sequenza delle
informazioni: sono davvero tante e vorrei invece procedere per gradi. Peraltro,
ho sentito parlare del Parent training ma non mi era ancora capitato di
incontrare nessuno che se ne fosse avvalso. Così propongo loro di soffermarsi
su questa esperienza e di spiegarmi in cosa sia consistita. La signora Cifarelli sposta il busto un pochino
in avanti, sistema con la mano un ciuffo di capelli che le è andato a coprire
l’occhio e con un tono molto didascalico (scoprirò peraltro che la signora è
un’insegnante alla scuola primaria) mi spiega che si tratta di un
accompagnamento, di una sorta di formazione che abilita i genitori a gestire
situazioni difficili, o più semplicemente, come nel loro caso, li aiuta a
diventare gli esperti numero uno della figlia. Ci danno strumenti pratici per gestire le
sfide quotidiane senza finire la giornata stremati.
Non è facile vivere accanto a una ragazza
con questo problema. Specifica il papà giocherellando con il fodero degli
occhiali che ha appoggiato sulla mia scrivania.
Li
guardo, mi piace il loro modo pacato e puntuale, apprezzo anche la loro
sintonia e cestino l’impressione iniziale di distacco tra loro. Apprezzo che
abbiano deciso di affidarsi a dei professionisti e glielo dico apertamente: Avete
avuto coraggio ad affidarvi a degli esperti. Si è sempre pensato aggiungo che
il ruolo del genitore non si potesse imparare, ma credo che molti trarrebbero
benefici a essere aiutati a fare il padre o la madre.
Sì, guardi mi conferma lui noi
eravamo scettici, e non parliamo della spesa. Ma tornando indietro lo rifaremmo
e lo consigliamo anche agli amici.
Poi
aggiungono che è stato anche molto importante entrare nell’associazione
genitori di ragazzi con la sindrome ADHD. Qui hanno cominciato a prendere
coscienza e, sostenuti dal Parent Training, sono riusciti a capire come
aiutare la ragazza. Hanno realizzato per esempio che prima di cambiare le cose,
bisogna capire perché accadono. E hanno imparato ad analizzare cosa scatena una
crisi o una distrazione. E da qui sono anche riusciti a individuare strategie
virtuose. Per esempio, spiega la mamma. Avevamo un problema
gigantesco con l’ordine e la pulizia nella sua stanza. Eravamo sempre lì a
dirle ‘che caos in questa stanza, metti a posto’. Ovviamente senza nessun
risultato. Poi ci è stato chiarito che è importante dare delle
indicazioni puntuali e circoscritte, quindi non ‘metti a posto’, ma ‘riponi i
maglioni che sono sulla sedia dentro il secondo cassetto dell’armadio’. Cose
così. Apparentemente banali ma che sono servite.
Infatti, aggiunge il papà ora è anche
più gestibile il lavoro scolastico e l’organizzazione dei compiti a casa.
Sempre grazie alla parcellizzazione degli impegni. In qualche modo mi
vogliono comunicare che mi stanno consegnando un problema ma anche le sue
possibili soluzioni.
Eleonora
da grande vorrebbe fare l’istruttrice di nuoto, le piace molto stare
nell’acqua. Prende farmaci sia la mattina che nel pomeriggio. Non sono
psicofarmaci, precisano, servono per l’attenzione. Il primo si chiama Equasym
ed è un prodotto a rilascio graduale, uno stimolante. Nel pomeriggio, invece,
Eleonora prende il Ritalin che, a differenza dell’altro, non ha un
effetto progressivo ma un’azione più puntuale. Quando la mamma, con la sua
espressione attenta, nomina questo farmaco ho una specie di trasalimento che mi
sospinge indietro di tanti anni: mi sembra che si tratti di un prodotto molto
diffuso e non nuovissimo. Veniva utilizzato già negli anni Novanta per trattare
l’inquietudine infantile. Ritorno ai miei primi anni di scuola, il concorso che
feci per insegnare all’estero, il corso che frequentai prima di partire e il
contatto con i colleghi che avevano lavorato in Sudamerica; Quanti Ritalin
hai in classe?, si chiedevano tra loro. Perché, ci riferivano, questa era
la prassi: i problemi disciplinari venivano risolti chimicamente. Alunni più
agitati degli altri venivano tranquillizzati con l’uso di metilfenidato,
principio attivo del farmaco. Mi ricordo, rimasi scioccata.
E
ora ricompare il Ritalin nella mia vita professionale con tutta un’altra
dignità, apprezzatissimo aiuto per il deficit di Eleonora.
Non
ho nulla contro i farmaci: se ho il raffreddore prendo l’Aspirina e se ho
l’insonnia prendo lo Xanax e ritengo giusto che scompensi diversi vengano
trattati opportunamente. Quello che invece non capisco è se sia davvero sensato
questo bisogno di ottenere risultati scolastici apprezzabili. In altre parole,
le difficoltà di apprendimento e di comportamento sono patologie che hanno
bisogno di una terapia?
E
mentre questa garbatissima coppia mi racconta del percorso compiuto, del modo i
cui sono riusciti a stare accanto alla ragazza, della tutor che le hanno
affiancato, di quanto il fratello riesca a sostenere la sorellina, di quanto
siano stati importanti gli insegnanti incontrati in questi anni, vengo
disturbata da un pensiero straniante, sottotraccia: è giusta tutta questa
mobilitazione materiale, logistica, economica per garantire il successo
scolastico della ragazza? È una cosa sensata?
Le risorse, il tempo e l’energia che hanno
voluto mobilitare questi genitori avranno un senso nel percorso scolastico di
Eleonora?
Il
ricordo del Ritalin in Sudamerica e questo cruccio mi hanno un pochino
distratta dalla conversazione e rischio di perdere il filo. Così, come ho
imparato a fare in queste circostanze chiedo ai signori Cifarelli di riassumere
la loro istanza e propongo di individuare le questioni centrali della loro
richiesta. Per loro di fatto è necessario informare la scuola delle
particolarità della ragazza. E capisco il messaggio implicito per cui è
evidente in loro il timore che la ragazza possa essere scambiata per una
stravagante poco dotata, poco impegnata o scansafatiche. Che non venga capita
la complessità della sua problematica, del suo “funzionamento”, come sarebbe
più corretto dire e non vengano tenute in considerazione le loro fatiche e i
loro investimenti materiali e immateriali. La signora tira fuori dalla grande
borsa che ha poggiato per terra una cartellina in cui è raccolta tutta la
documentazione. Li prego di consegnarla in segreteria e guardo l’orologio per
dare un segnale, ma improvvisamente si spalanca la mia porta e la collaboratrice
scolastica del piano, scarmigliata e agitatissima, mi chiede di seguirla che
c’è un problema grave nella terza D.
Mi
alzo e faccio un cenno ai signori Cifarelli per scusarmi. Loro mi sorridono e
mi spingono con lo sguardo verso l’ausiliaria che mi aspetta in corridoio.
Sempre
la terza D. Chissà cosa avranno combinato questa volta.
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PAOLA CARDARELLI
Paola Cardarelli è nata a Roma negli anni Sessanta, si è laureata in filosofia e ha trascorso tutta la sua vita professionale nella scuola italiana e svizzera come insegnante. Dagli anni Dieci è diventata Dirigente Scolastica. Collabora con la facoltà di Scienze dell'Educazione dell’Università Roma 2 Tor Vergata, per la formazione dei giovani insegnanti. Si occupa di disabilità e di pedagogia speciale.


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