Antonia Pozzi Al bivio tra scelta e destino (CRITICA LETTERARIA) ~ di Aglaia Zannetti - TeclaXXI
CRITICA LETTERARIA
Antonia Pozzi
Al bivio tra scelta e destino
di Aglaia Zannetti
Antonia Pozzi. Autore anonimo foto ante 1939 - Credit Wikipedia.it free domain
Lumi e capanne
ai bivi
chiamarono i compagni.
A te resta
questa che il vento ti disvela
pallida strada nella notte:
alla tua sete
la precipite acqua dei torrenti,
alla persona stanca
l'erba dei pascoli che si rinnova
nello spazio di un sonno.
In un suo fuoco assorto
ciascuno degli umani
ad un'unica vita si abbandona.
Ma sul lento
tuo andar di fiume che non trova foce,
l'argenteo lume di infinite
vite – delle libere stelle
ora trema:
e se nessuna porta
s'apre alla tua fatica,
se ridato
t'è ad ogni passo il peso del tuo volto,
se è tua
questa che è più di un dolore
gioia di continuare sola
nel limpido deserto dei tuoi monti
ora accetti
d'esser poeta.
Scrivere poesia era per Antonia Pozzi, poetessa milanese nata nel 1912 e morta suicida all'età di 26 anni nel 1938, una vera e propria necessità, un'esigenza profonda legata al riconoscimento del suo "vero volto".
In questa lirica intitolata Un Destino leggiamo la data simbolicamente importante del 13 febbraio 1935, giorno del ventitreesimo compleanno della Pozzi e anno della svolta nella sua produzione poetica che cresce e matura acquisendo profondità inedite, forti di una rinnovata consapevolezza, slancio, passione e creatività, in un orizzonte di senso e di speranza dopo alcuni anni di “silenzio poetico” probabilmente a seguito delle vicissitudini e sofferenze d’amore causate dalla fine della relazione con il suo professore di liceo Antonio Maria Cervi, fine decretata e voluta dal padre Roberto.
Nella “gioia di continuare sola”
Antonia “accetta d’esser poeta”: un atto di liberazione che ha però come
prezzo l’isolamento, quell’ “Impara a vivere sola, dentro di te –
costruisciti”, che emerge anche dalle pagine del suo diario in data 17
ottobre 1935[1].
Al bivio, tra le amate “mamme
montagne”[2],
già protagoniste di alcuni dei suoi componimenti più intensi e noti, Antonia
prosegue il cammino mentre i compagni scelgono di sostare, per riposarsi.
La metafora dell’ascensione ai
monti ben rappresenta la solitudine della poetessa e la definitiva presa di
distanza dal suo mondo aristocratico borghese e dal suo ambiente culturale:
figlia dell’austero avvocato Roberto Pozzi, vicino al regime, e della contessa
Lina Cavagna Sangiuliani, nipote di Tommaso Grossi, Antonia ricevette
un’educazione completa e moderna ed ebbe la possibilità di frequentare i
salotti e gli ambienti culturali più in vista della Milano dell’epoca.
Residente nell’elegante palazzo di
via Mascheroni 23 (che oggi la ricorda con una targa commemorativa) dopo il
liceo classico Manzoni, si iscrive alla facoltà di Filosofia all’Università
degli Studi di Milano entrando a far parte attivamente, nell’anno cruciale
1935, del cenacolo di giovani intellettuali - Enzo Paci, Remo Cantoni, Vittorio Sereni, Alberto
Mondadori, per citarne alcuni- raccolti attorno alla carismatica figura
di Antonio Banfi, docente di Estetica, la cui influenza sulla vita di Antonia ,
sua allieva, fu determinante nel bene e nel male nell’accidentato percorso di
costruzione della sua identità.
Non a caso “Un destino” verrà
scritta proprio pochi giorni dopo un incontro con Banfi per discutere della
tesi di laurea; come confidò in lacrime all’amica Elvira Gandini, in
quell’occasione le vennero restituite alcune liriche che gli aveva mostrato per
avere una sua opinione, ricevendo in cambio un lapidario “Signorina, si calmi! ”[3].
Una stroncatura della sua “anima
palpitante” di giovane poetessa che nasce da un contesto culturale poco incline
alla valorizzazione del talento poetico, a maggior ragione se espresso da una
donna, una negazione alla quale Antonia risponde coraggiosamente ripartendo da
sé se non sul piano esistenziale (o non ancora, come vedremo) senza dubbio sul
piano della scrittura poetica, come evidenzia Graziella Bernabò, biografa e
curatrice insieme a Onorina Dino di diversi importanti libri e studi sull’opera
pozziana.
È la Dino a sottolineare come
l’accettazione d’esser poeta non abbia a che fare con una scelta ma sia un atto
di fede in stessi che è anche, scrive, “un atto di umiltà” verso qualcosa che
irrimediabilmente preme dentro di sé e al quale non ci si può sottrarre,
accettando così il proprio destino[4].
Senza mai smarrire il forte spirito
critico con il quale, sin dagli esordi, si interrogava sul valore delle sue “povere
parole”[5], già
nel 1933 in una lettera all’amico e giovane poeta Tullio Gadenz Antonia Pozzi
esprimeva la sua fede nella poesia: “(…) Per un’esperienza che brucia
attraverso tutta la mia vita, per una adesione innata, irrevocabile, dal più
profondo essere, io credo, Tullio, alla poesia. E vivo della poesia come le
vene vivono del sangue”[6].
Sempre nel 1935 il folgorante
incipit della poesia “Sgorgo” - Per troppa vita che ho nel sangue, tremo nel
vasto inverno- suggerisce l’appassionato percorso interiore di Antonia che
vivrà gli ultimi anni e le ultime stagioni della sua breve vita, tra l’autunno
e l’inverno del 1938, stretta tra slanci amorosi, vitalità e un costante
presagio di morte.
Nella pagina di diario già citata
del 17 ottobre 1935 le ultime parole -Orgoglio aiutami. Bisogna nascere una
seconda volta- suonano come un interrogativo aperto che troverà risposta,
senza appello, solo due anni dopo, in data “San Silvestro 1936 -1gennaio 1937”:
“E come sei rinata? Non sono ancora rinata”.
Il 1937 si apre quindi con uno stato d'animo di prostrazione[7], ma il richiamo è comunque a un orizzonte di cambiamento nonostante la cocente delusione nel rapporto con Remo Cantoni, discepolo di Banti e futuro filosofo, per il quale Antonia nutre sentimenti non corrisposti.
Il tempo della rinascita, la svolta, il bivio nella vita di Antonia, è alle porte e sarà radicale.
Come scrive in una lettera alla
madre Lina nel gennaio 1938, Antonia ha bisogno di altro e cerca altro: “Perché
amiamo perdutamente soltanto ciò che non avremo mai: e per me è la miseria,
vecchi con lunghi mantelli fra ciminiere di fabbriche lontane, carraie che
conducono a una cava di sabbia, bambine col grembiule rosso riflesse dall’acqua
dei fossi”[8].
La scossa arriva dall’incontro con
Dino Formaggio, anch’egli allievo di Banfi, studente operaio di umili origini, antifascista iscritto al partito
socialista clandestino
che
diverrà maestro e, infine, professore di Estetica. Con lui si recherà nelle vie
e nei luoghi della periferia milanese ancora circondata dalle campagne, una
periferia che rivela il suo duro volto di povertà e ingiustizia.
Grazie a Dino e insieme alla
carissima amica Lucia Bozzi comincerà a fare volontariato presso la “Casa degli
sfrattati” di via dei Cinquecento, nota via milanese cui Antonia dedica una
splendida poesia che molto ci dice anche sui suoi sentimenti – anche in questo
caso non ricambiati - per Dino[9].
Questo incontro sembra spalancare
le porte al cambiamento, rispondendo a quell’urgenza interiore legata al
desiderio di donarsi, di sgorgare, per usare le parole di Antonia, forte
di una personalità rinnovata e di nuovi slanci in campo poetico letterario.
Il tutto è testimoniato anche da un’intensa attività
fotografica di grande valore (diverse le mostre oggi dedicate ai suoi scatti) come
spiega Ludovica Pellegatta, studiosa delle fotografie della Pozzi: “I ritratti
degli ultimi due anni hanno per soggetto contadini, pastori, vecchi, lavandaie,
artigiani, venditori ambulanti, bambini, pescatori. Le immagini raccontano
l’umile esistenza del volgo contadino e popolare”[10].
Nel
maggio 1938 Antonia Pozzi, pochi mesi prima di quel 2 dicembre, quando si lasciò
morire ingerendo dei barbiturici distesa sul prato dell’Abbazia di Chiaravalle,
regala a Dino – definendo questo dono come il suo” lascito spirituale” -
trecento delle sue fotografie, scegliendole tra le più amate.
Nella lettera di accompagnamento a
quel prezioso dono credo possa rintracciarsi un ultimo, appassionato e
autentico ritratto di sé, il volto di una giovane poetessa che abbracciò il
proprio destino legato, sempre e per sempre, alla poesia.
Milano, 5 Maggio 1938
Caro Dino, l'altro
giorno hai detto che nelle fotografie si vede la mia anima: e allora eccotele.
Perché l'unico fratello della mia anima sei tu e tutte le cose che mi sono
state più care le voglio lasciare in eredità a te, ora che la mia anima si
avvia per una strada dove le occorre appannarsi, mascherarsi, amputarsi.
Qui troverai tante
cose che già conosci: dietro a ciascuna ho scritto un titolo o delle parole con
poco senso, che però tu capirai. Conservale per mio ricordo, per ricordo del
nostro incontro che è stato buono e bello e mi ha dato tanta gioia anche in mezzo
al dolore.
Caro, caro Dino, che
tu almeno possa foggiare la tua vita come io sognavo che divenisse la mia:
tutta nutrita dal di dentro e senza schiavitù.
In ciascuna di queste
immagini vedi ripetuto questo augurio questa certezza.
Ti abbraccio[11].
[1] Note
di Diario 1935-1938 in “Mi sento in un destino” Diari e altri scritti, a cura
di G. Bernabò e O. Dino, Àncora,2018, 157.
[2]
Nota di diario del 10 settembre 1937: «Ogni giorno le sento più
tenaci dentro di me le mie mamme montagne».
[3] Secondo una tradizione orale furono queste le
parole di Banfi che Antonia riferì all’amica Elvira
[4]
O. Dino in “L’età delle parole è finita per sempre”? a cura di G. Criveller, FaraEditore,
2022, 172.
[5]
Dalla poesia “Pudore”,1 febbraio 1933
[6]
Dalle Lettere -a Tullio Gadenz- Milano, 29 gennaio 1933
[7]
Da Diari 1935-1937: “(…) E questo terrore: mi perdo, non mi ritroverò, non mi
riguadagnerò più”
[8]
Lettera non spedita alla madre del 29 gennaio 1938 in A. POZZI, Ti scrivo dal
mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938, a cura di G. Bernabò e O. Dino, Milano,
Àncora, 2014, 285.
[9]
Si tratta della poesia “Via dei Cinquecento” del 27 febbraio 1938
[10]
L. Pellegatta “Antonia Pozzi. Nelle immagini l’anima” , Milano, Ancora, 2018,
119.
[11]
D. Formaggio, Una vita più che vita in Antonia Pozzi in “La vita irrimediabile.
Un itinerario tra esteticità, vita e arte” a cura di G. Scaramuzza, Alinea,
Firenze 1997, p. 147
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AGLAIA ZANNETTI
BIONOTA
Aglaia Zannetti, classe 1974, è nata a Milano dove
svolge la professione di attrice teatrale, doppiatrice e speaker, insegnante di
teatro e dizione, conduttrice radiofonica.
Laureata in Filosofia alla Statale di Milano con una tesi in
Storia del Teatro, conosce e studia la poesia di Antonia Pozzi dal
2009.
Nel 2010 debutta a Milano con lo spettacolo Vorrei
che la mia anima ti fosse leggera di cui cura regia e allestimento
interpretando un repertorio di poesie e letture pozziane.
Sempre su Antonia Pozzi ha realizzato, negli anni,
diverse letture sceniche e presentazioni di libri, partecipando
come relatrice a convegni dedicati alla poetessa.
Per Radio Itineraria ha ideato e condotto una puntata
della sua trasmissione radiofonica «Punto di Svolta» e un podcast
di Poeti al bivio dedicati alla poetessa milanese.


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