Visioni dell'invisibile nella poesia di Sànzari Panza (CRITICA LETTERARIA) ~ di Felice Paniconi - TeclaXXI
CRITICA LETTERARIA
Felice
Paniconi
Visioni dell’invisibile nella poesia
di Sànzari Panza
Proviamo
a immaginare una spiaggia, la sabbia scura, un mare con le sue onde come il suo
cielo e una donna con uno specchio intenta a mettere nella cornice ciò che osserva
e che si riflette nel suo sguardo assorto di poeta. Dalla dura terra irpina si
eleva una voce forte, visionaria e poetica che racconta una storia, una vita summa
di tutte le storie e di tutte le vite. Una poesia che ha il cuore di una dea e
il volto del mare che riflette tutto quello che non si vede ma che pulsa nel
profondo, che batte.
È
questo il compito della poesia: cercare quello che non si vede, ridare alla
parola le ali, come nell’ultimo testo, Il serpente, in cui gli occhi
come lame accecano la preda e
l’uccello dimentica di avere le ali e di saper volare:
D’un
tratto gli occhi sono spade
che
accecano la preda innocente
mentre
l’oscena
bifida
lingua volteggia sinistra.
Ma interviene la poesia a portare nuova linfa, nuova vita, e
allora le piume cadute sulla terra diventano
Lamelle argento
concime per humus longevo
di chiasmi e metafore antiche
Per capire la poesia di Assunta Sànzari Panza bisogna non solo
leggere il libro ma andare anche nel suo territorio, l’antico Sannio, e
immergersi in un mondo che viene da lontano e che ha la forza di andare
lontano. I poeti hanno sempre la capacità di andare oltre il tempo e lo spazio
e così è questa poesia: una poesia che conserva parole vere e profondi versi, capaci
di bucare il tempo. Una poesia scritta a mani nude, mani
che sanno di sangue e di terra perché è qui che è nascosta la vita, la vita che
sboccia e che poi si perde, perché si perde sempre qualcosa vivendo. Quel che
resta è allora la poesia che dà il colore all’anima, che dona il respiro
all’anima della poesia. Un viaggio oltre il velo della realtà:
Sono
i giochi del tempo
del
ciclo perpetuo
arcani
moti irreversibili
silenzi
sprofondanti
in
terra crepata che ingolla
voci
sparute e arrese
Poesie
che ruotano intorno a un’immagine per poi disfarsene con un profondissimo
sospiro che conserva la stessa forza del desiderio, una forza che non teme di
pensare al tempo andato, alla Recherche, sapendo bene che non tornerà
più, ma che continuerà a vivere dentro, a rivivere come nell’aprile che è il mese
più crudele, mese che non si può cancellare ma che crea nel lettore
l’immagine della possibile sopravvivenza grazie a versi all’apparenza semplici,
ma che portano attraverso la metonimia il rimpianto e la speranza della vita.
Come
i giorni le parole si cercano nelle rime, nelle assonanze e consonanze, parole
spesso lontane tra di loro ma che incontrandosi creano un corto circuito capace
di far fermare il lettore e di dargli il piacere, il piacere di un testo,
costruito da un linguaggio come un segreto, spesso un flusso di coscienza
capace di scardinare ogni certezza:
L’alba
nuoce al frinire dei sogni
ma
il mattino ne serba la silhouette
e
fende la lama d’un lieto presagio.
Scorre
ancora la vita su pagine scordate,
policromo
piano sequenza insegue
la
scia di tempesta inattesa.
Ottobre
pesta le foglie
figlie
del ramo ormai senza voglia.
Pagina
dopo pagina si assiste all’anatomia dell’io, quasi senza mai nominarlo o
lasciato ai margini perché osservi con più attenzione e passione la vita e
parli dall’interno e che sia amico mai abbandonato al rischio della solitudine,
un io che ha lo stesso nome della sua poesia, il profumo dell’inchiostro di
versi vergati con cura da un antico pennino. E la poesia così sentita e marcata
acquista la forza di abbattere le mura delimitanti la vita e di uscire
all’aperto con la spada sguainata, ma poi la voce sente il pianto dei confini
abbattuti e ritorna lentamente nel guscio della pagina, quasi una gara tra vita
e scrittura, poiché vivere senza scrivere equivale a non vivere, a perdere.
Un
verso almeno
nel
deserto di menti opache.
Fugge
Cassandra
benda
nera labbra diafane
e
ancora vibrano, ma l’occhio è muto.
La
bellezza della poesia di Assunta Sànzari Panza
resta nell’invenzione, nella creazione, come ricorda l’etimologia stessa della
parola, e allora Assunta riesce a creare dei fermagli dorati, splendenti, delle
finestre aperte sulla letteratura in grado di abbattere tutti i confini e le
barriere che il verso sembra imporre. La visionaria va oltre lo sguardo, non
cerca il futuro ma ha la capacità di leggere il presente con una profondità che
incanta con un verso assoluto, con una costruzione del linguaggio capace di
liberare la parola dalla pesantezza, come in un poeta classico, ridandole la
nascosta spiritualità che si specchia nella cornice.
[Assunta Sànzari Panza, La visionaria, prefazione di Davide Rondoni, Firenze, Vallecchi, 2026]
ASSUNTA SÀNZARI PANZA
BIONOTA
Nota per le sue numerose performance in terra irpina, ha pubblicato testi poetici in riviste cartacee e in diversi siti letterari, poi raccolti nel volume Lux. Nova et vetera (con prefazione di Gualberto Alvino, Torino, Robin Editore, 2022) premiato dalla giuria del concorso internazionale «Città di Montevarchi».
FELICE PANICONI
BIONOTA Poeta, dottore di Ricerca in Italianistica presso l’Università di Roma Tor Vergata, ha pubblicato: Se della rima il bacio, Roma, Rossi e Spera Editore, 1987; Demotica, Roma, Edizioni Libreria Croce, 2008, (postfazione di Walter Pedullà); Connessioni, Roma, La Nuova Pesa, 2022; Loreto Mattei, Teorica del verso volgare e prattica di retta pronuntia, con un problema delle lingue latina,e toscana in bilancia, edizione critica con introduzione e commento, Foligno, Il Formichiere, 2023; Loreto Mattei, Enigmi, I Quaderni della Sibilla, Calvizzano (Napoli), Graford, 2024. È presente nell’antologia Braci, La poesia italiana contemporanea a cura di A. Colasanti, Milano, Bompiani, 2021.



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