Visioni dell'invisibile nella poesia di Sànzari Panza (CRITICA LETTERARIA) ~ di Felice Paniconi - TeclaXXI

 CRITICA LETTERARIA



Felice Paniconi

 

Visioni dell’invisibile nella poesia 

di Sànzari Panza


                                                 immagine Canva progetto JS©2026



Proviamo a immaginare una spiaggia, la sabbia scura, un mare con le sue onde come il suo cielo e una donna con uno specchio intenta a mettere nella cornice ciò che osserva e che si riflette nel suo sguardo assorto di poeta. Dalla dura terra irpina si eleva una voce forte, visionaria e poetica che racconta una storia, una vita summa di tutte le storie e di tutte le vite. Una poesia che ha il cuore di una dea e il volto del mare che riflette tutto quello che non si vede ma che pulsa nel profondo, che batte.

È questo il compito della poesia: cercare quello che non si vede, ridare alla parola le ali, come nell’ultimo testo, Il serpente, in cui gli occhi come lame accecano la preda e l’uccello dimentica di avere le ali e di saper volare:

 

D’un tratto gli occhi sono spade

che accecano la preda innocente

mentre l’oscena

bifida lingua volteggia sinistra.

 

Ma interviene la poesia a portare nuova linfa, nuova vita, e allora le piume cadute sulla terra diventano

 

Lamelle argento

concime per humus longevo

di chiasmi e metafore antiche

 

Per capire la poesia di Assunta Sànzari Panza bisogna non solo leggere il libro ma andare anche nel suo territorio, l’antico Sannio, e immergersi in un mondo che viene da lontano e che ha la forza di andare lontano. I poeti hanno sempre la capacità di andare oltre il tempo e lo spazio e così è questa poesia: una poesia che conserva parole vere e profondi versi, capaci di bucare il tempo. Una poesia scritta a mani nude, mani che sanno di sangue e di terra perché è qui che è nascosta la vita, la vita che sboccia e che poi si perde, perché si perde sempre qualcosa vivendo. Quel che resta è allora la poesia che dà il colore all’anima, che dona il respiro all’anima della poesia. Un viaggio oltre il velo della realtà:

 

Sono i giochi del tempo

del ciclo perpetuo

arcani moti irreversibili

silenzi sprofondanti

in terra crepata che ingolla

voci sparute e arrese

 

Poesie che ruotano intorno a un’immagine per poi disfarsene con un profondissimo sospiro che conserva la stessa forza del desiderio, una forza che non teme di pensare al tempo andato, alla Recherche, sapendo bene che non tornerà più, ma che continuerà a vivere dentro, a rivivere come nell’aprile che è il mese più crudele, mese che non si può cancellare ma che crea nel lettore l’immagine della possibile sopravvivenza grazie a versi all’apparenza semplici, ma che portano attraverso la metonimia il rimpianto e la speranza della vita.

Come i giorni le parole si cercano nelle rime, nelle assonanze e consonanze, parole spesso lontane tra di loro ma che incontrandosi creano un corto circuito capace di far fermare il lettore e di dargli il piacere, il piacere di un testo, costruito da un linguaggio come un segreto, spesso un flusso di coscienza capace di scardinare ogni certezza:

 

L’alba nuoce al frinire dei sogni

ma il mattino ne serba la silhouette

e fende la lama d’un lieto presagio.

Scorre ancora la vita su pagine scordate,

policromo piano sequenza insegue

la scia di tempesta inattesa.

 

 

Ottobre pesta le foglie

figlie del ramo ormai senza voglia.

 

 

Pagina dopo pagina si assiste all’anatomia dell’io, quasi senza mai nominarlo o lasciato ai margini perché osservi con più attenzione e passione la vita e parli dall’interno e che sia amico mai abbandonato al rischio della solitudine, un io che ha lo stesso nome della sua poesia, il profumo dell’inchiostro di versi vergati con cura da un antico pennino. E la poesia così sentita e marcata acquista la forza di abbattere le mura delimitanti la vita e di uscire all’aperto con la spada sguainata, ma poi la voce sente il pianto dei confini abbattuti e ritorna lentamente nel guscio della pagina, quasi una gara tra vita e scrittura, poiché vivere senza scrivere equivale a non vivere, a perdere.

 

Un verso almeno

nel deserto di menti opache.

Fugge Cassandra

benda nera labbra diafane

e ancora vibrano, ma l’occhio è muto.

 

La bellezza della poesia di Assunta Sànzari Panza resta nell’invenzione, nella creazione, come ricorda l’etimologia stessa della parola, e allora Assunta riesce a creare dei fermagli dorati, splendenti, delle finestre aperte sulla letteratura in grado di abbattere tutti i confini e le barriere che il verso sembra imporre. La visionaria va oltre lo sguardo, non cerca il futuro ma ha la capacità di leggere il presente con una profondità che incanta con un verso assoluto, con una costruzione del linguaggio capace di liberare la parola dalla pesantezza, come in un poeta classico, ridandole la nascosta spiritualità che si specchia nella cornice.

[Assunta Sànzari Panza, La visionaria, prefazione di Davide Rondoni, Firenze, Vallecchi, 2026]

 

 FELICE PANICONI


ASSUNTA SÀNZARI PANZA 

BIONOTA 

 Nota per le sue numerose performance in terra irpina, ha pubblicato testi poetici in riviste cartacee e in diversi siti letterari, poi raccolti nel volume Lux. Nova et vetera (con prefazione di Gualberto Alvino, Torino, Robin Editore, 2022) premiato dalla giuria del concorso internazionale «Città di Montevarchi».









FELICE PANICONI

 

BIONOTA  Poeta, dottore di Ricerca in Italianistica presso l’Università di Roma Tor Vergata, ha pubblicato: Se della rima il bacio, Roma, Rossi e Spera Editore, 1987; Demotica, Roma, Edizioni Libreria Croce, 2008, (postfazione di Walter Pedullà); Connessioni, Roma, La Nuova Pesa, 2022; Loreto Mattei, Teorica del verso volgare e prattica di retta pronuntia, con un problema delle lingue latina,e toscana in bilancia, edizione critica con introduzione e commento, Foligno, Il Formichiere, 2023; Loreto Mattei, Enigmi, I Quaderni della Sibilla, Calvizzano (Napoli), Graford, 2024. È presente nell’antologia Braci, La poesia italiana contemporanea a cura di A. Colasanti, Milano, Bompiani, 2021. 


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