Buongiorno Dirigente! - Episodio 1 (NARRATIVA/DIARIO DI UNA PRESIDE) ~ di Paola Cardarelli - TeclaXXI
NARRATIVA
DIARIO DI UNA PRESIDE
Paola Cardarelli
Buongiorno
Dirigente! – Episodio 1
Buongiorno
Dirigente! Entro
a scuola e mi salutano dalla segreteria: sono tutti al loro posto, mi sorridono
affettuosi. C’è rispetto e stima e anche un certo calore, ci conosciamo da
tempo, abbiamo condiviso molto negli anni, pratiche e fascicoli ma anche
preoccupazioni familiari, crisi personali, sogni, caffè. Sono molto legata agli
impiegati che lavorano con me: sono puntuali e solerti e anche se a volte non
si dimostrano campioni di efficienza, sono sempre pronti a venirmi in soccorso
nelle situazioni più delicate. Se c’è un’urgenza sono molto solleciti e se
vedono qualche ombra sul mio volto sanno essere discreti e opportuni.
Sono
felice di lavorare con loro, però non mi piace per niente quando mi salutano
così, quando mi chiamano Dirigente. In effetti noi capi di istituto oggi
non abbiamo più la vecchia qualifica di Preside che identificava un
terminale della ramificazione gerarchica ministeriale, ma dopo la riforma del
1999, che ha riconosciuto alle scuole un’autonomia gestionale e organizzativa,
siamo diventati dirigenti scolastici in quanto responsabili di un’istituzione
che ha un suo status, per quanto parzialmente, indipendente e
autoregolato.
Ma
“Dirigente” è un nome e un titolo in cui non mi riconosco. Non esibisco
volentieri i galloni sul mio distintivo. Peraltro, considero un po’ strano
rivolgersi a qualcuno così: “Dirigente” non è un titolo, come dottore,
professore, avvocato: è una funzione, come chiamare qualcuno “Capoufficio” o
“Responsabile delle vendite” o “Apprendista”. È una specie di moda, soprattutto
dei più giovani, i quali ritengono di essere trendy o cool
rinnovando nomi che sembrano non più al passo con i tempi. D’altra parte, un
po’ per la “correttezza politica”, un po’ perché le funzioni cambiano e si
evolvono, siamo abituati a rinominare i ruoli, le professioni, anche nella
scuola: i bidelli si chiamano ora collaboratori scolastici: quelli che una
volta erano i segretari e poi diventarono DSGA (direttore dei servizi generali
e amministrativi), ora sono chiamati addirittura FEQ (funzionari a elevata
qualificazione); gli applicati di segreteria si chiamano assistenti
amministrativi. Sembrava quasi inevitabile che anche il capo di istituto
acquisisse un nome nuovo. Inoltre, mi fa anche sorridere questo termine Dirigente
Scolastico, così pomposo, per indicare una funzione che non ha nulla di
solenne: lo trovo in qualche modo eccessivamente formale. Le prime volte che mi
sono sentita appellare così pensavo a una presa in giro. Mi fa sorridere, ne
colgo un nascosto risvolto ironico. Ancora di più quando un amico tedescofilo,
a ricordo del mio lungo soggiorno in Germania, mi chiama “Dirigentin”. Studia e
ama molto il tedesco, ma non lo parla benissimo, qualche volta si affida anche
a Google Translator e non sa che il termine Dirigent (da pronunciare dirighent)
e il suo femminile Dirigentin (dirighentin) è quello che in inglese si definisce
un false friend, perché lo si usa solo in ambito musicale e non traduce
il nostro “Dirigente”, ma identifica esclusivamente il Direttore e la
Direttrice d’orchestra.
Il
suo Dirigentin però non l’ho mai corretto perché lo trovo un appellativo
divertente, una specie di vezzeggiativo. D’altra parte, l’ho letto più di una
volta sui testi specialistici che trattano la gestione delle organizzazioni
complesse e quindi anche della scuola: quella del direttore d’orchestra è una
metafora usatissima per definire il ruolo di chi è responsabile di una macchina
molto articolata come quella di un istituto scolastico. Diciamo forse meglio
che potrebbe essere l’immagine di una rappresentazione utopistica della
professione che svolgo.
Quando
da bambina mi capitava di vedere in televisione un direttore d’orchestra in
azione pensavo che il suo compito fosse quello di muoversi a ritmo seguendo
l’andatura del brano, agitare la bacchetta scompigliandosi i capelli e
lasciandosi trasportare dal pathos della melodia. Solo successivamente
ho capito che il ruolo è molto più complesso e prevede una preparazione prima
dell’esecuzione, una cura dell’arrangiamento e uno studio dettagliato della
messa in opera. E in questo senso il parallelo tra le due funzioni è efficace:
anche per il Dirigente scolastico il compito vero è quello dietro le quinte, è
lo studio, il lavoro di lima, di contatto, di concertazione e di mediazione, è
la tessitura quotidiana, la pazienza dell’ascolto che garantiscono la riuscita
dell’esecuzione. Però le analogie finiscono qui. Perché la preparazione di un
concerto prevede un’organizzazione accurata, ma anche tante prove. Ripetizioni.
Esercizi. Se in entrambi i ruoli si devono coordinare contributi diversi di
diversi componenti, con rilievi e pesi articolati, il dirigente scolastico non
ha modo di provare prima l’esecuzione: può prepararla ma non provarla. Per noi
deve essere “buona la prima”. Ci tocca dirigere senza esercitarci e senza poter
lavorare all’accuratezza della performance.
Ma
la figura del direttore d’orchestra mi sembra molto affascinante.
(E qualche volta, lo confesso, durante il Collegio
Docenti, in piedi davanti al microfono, dando la parola prima a questo poi a
quello, ascoltando le voci più acute, più roche, più squillanti, più neutre,
più colleriche, mi sono sentita per un attimo la direttrice di un’orchestra di
idee e di proposte non sempre armonica, non sempre intonata, ma ritmata e
frizzante).
Comunque, al di là di questi accostamenti,
pure suggestivi, anche fuori dall’orizzonte musicale, al di là delle metafore
più o meno riuscite, c’è una questione più elementare, più banale:
semplicemente io non mi sento una dirigente, una responsabile della
leadership dell’istituzione. Non ho
la sensazione né la coscienza di essere figura apicale di una struttura
stratificata della quale determino la missione e scelgo la visione, la mission
e la vision. Percepisco chiaramente di non avere una sensibilità
manageriale. Mi riconosco piuttosto in un ruolo di garante del funzionamento
della macchina.
E quindi quanto sento che ci si rivolge a
me con quel termine non mi sento molto a mio agio. Senza volere essere
passatista o preferire nostalgicamente la scuola di una volta nei confronti
della quale non ho alcun legame ideologico od emotivo, e che anzi detesto in
ogni modo, preferisco essere chiamata Preside.
È un epiteto più ordinario, più alla mia
portata. Anche per il suo specifico significato, il senso etimologico del
termine che rimanda alla funzione rappresentativa, al sovrintendere,
all’esserci per.
Sono una preside. Presidio. La mia porta è
aperta. Sono qui.
PAOLA CARDARELLI
BIONOTAPaola
Cardarelli è nata a Roma negli anni Sessanta, si è laureata in filosofia e ha
trascorso tutta la sua vita professionale nella scuola italiana e svizzera come
insegnante. Dagli anni Dieci è diventata Dirigente Scolastica. Collabora con la
facoltà di Scienze dell'Educazione l'Università dell’Università Roma 2 Tor
Vergata, per la formazione dei giovani insegnanti. Si occupa di disabilità e di
pedagogia speciale.


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