Buongiorno Dirigente! - Episodio 1 (NARRATIVA/DIARIO DI UNA PRESIDE) ~ di Paola Cardarelli - TeclaXXI

 

NARRATIVA

DIARIO DI UNA PRESIDE

 

Paola Cardarelli

 

Buongiorno Dirigente! – Episodio 1

 

 

                         Immagine generata da Canva progetto JS©2026


        Buongiorno Dirigente! Entro a scuola e mi salutano dalla segreteria: sono tutti al loro posto, mi sorridono affettuosi. C’è rispetto e stima e anche un certo calore, ci conosciamo da tempo, abbiamo condiviso molto negli anni, pratiche e fascicoli ma anche preoccupazioni familiari, crisi personali, sogni, caffè. Sono molto legata agli impiegati che lavorano con me: sono puntuali e solerti e anche se a volte non si dimostrano campioni di efficienza, sono sempre pronti a venirmi in soccorso nelle situazioni più delicate. Se c’è un’urgenza sono molto solleciti e se vedono qualche ombra sul mio volto sanno essere discreti e opportuni.

        Sono felice di lavorare con loro, però non mi piace per niente quando mi salutano così, quando mi chiamano Dirigente. In effetti noi capi di istituto oggi non abbiamo più la vecchia qualifica di Preside che identificava un terminale della ramificazione gerarchica ministeriale, ma dopo la riforma del 1999, che ha riconosciuto alle scuole un’autonomia gestionale e organizzativa, siamo diventati dirigenti scolastici in quanto responsabili di un’istituzione che ha un suo status, per quanto parzialmente, indipendente e autoregolato.

        Ma “Dirigente” è un nome e un titolo in cui non mi riconosco. Non esibisco volentieri i galloni sul mio distintivo. Peraltro, considero un po’ strano rivolgersi a qualcuno così: “Dirigente” non è un titolo, come dottore, professore, avvocato: è una funzione, come chiamare qualcuno “Capoufficio” o “Responsabile delle vendite” o “Apprendista”. È una specie di moda, soprattutto dei più giovani, i quali ritengono di essere trendy o cool rinnovando nomi che sembrano non più al passo con i tempi. D’altra parte, un po’ per la “correttezza politica”, un po’ perché le funzioni cambiano e si evolvono, siamo abituati a rinominare i ruoli, le professioni, anche nella scuola: i bidelli si chiamano ora collaboratori scolastici: quelli che una volta erano i segretari e poi diventarono DSGA (direttore dei servizi generali e amministrativi), ora sono chiamati addirittura FEQ (funzionari a elevata qualificazione); gli applicati di segreteria si chiamano assistenti amministrativi. Sembrava quasi inevitabile che anche il capo di istituto acquisisse un nome nuovo. Inoltre, mi fa anche sorridere questo termine Dirigente Scolastico, così pomposo, per indicare una funzione che non ha nulla di solenne: lo trovo in qualche modo eccessivamente formale. Le prime volte che mi sono sentita appellare così pensavo a una presa in giro. Mi fa sorridere, ne colgo un nascosto risvolto ironico. Ancora di più quando un amico tedescofilo, a ricordo del mio lungo soggiorno in Germania, mi chiama “Dirigentin”. Studia e ama molto il tedesco, ma non lo parla benissimo, qualche volta si affida anche a Google Translator e non sa che il termine Dirigent (da pronunciare dirighent) e il suo femminile Dirigentin (dirighentin) è quello che in inglese si definisce un false friend, perché lo si usa solo in ambito musicale e non traduce il nostro “Dirigente”, ma identifica esclusivamente il Direttore e la Direttrice d’orchestra.

        Il suo Dirigentin però non l’ho mai corretto perché lo trovo un appellativo divertente, una specie di vezzeggiativo. D’altra parte, l’ho letto più di una volta sui testi specialistici che trattano la gestione delle organizzazioni complesse e quindi anche della scuola: quella del direttore d’orchestra è una metafora usatissima per definire il ruolo di chi è responsabile di una macchina molto articolata come quella di un istituto scolastico. Diciamo forse meglio che potrebbe essere l’immagine di una rappresentazione utopistica della professione che svolgo.

        Quando da bambina mi capitava di vedere in televisione un direttore d’orchestra in azione pensavo che il suo compito fosse quello di muoversi a ritmo seguendo l’andatura del brano, agitare la bacchetta scompigliandosi i capelli e lasciandosi trasportare dal pathos della melodia. Solo successivamente ho capito che il ruolo è molto più complesso e prevede una preparazione prima dell’esecuzione, una cura dell’arrangiamento e uno studio dettagliato della messa in opera. E in questo senso il parallelo tra le due funzioni è efficace: anche per il Dirigente scolastico il compito vero è quello dietro le quinte, è lo studio, il lavoro di lima, di contatto, di concertazione e di mediazione, è la tessitura quotidiana, la pazienza dell’ascolto che garantiscono la riuscita dell’esecuzione. Però le analogie finiscono qui. Perché la preparazione di un concerto prevede un’organizzazione accurata, ma anche tante prove. Ripetizioni. Esercizi. Se in entrambi i ruoli si devono coordinare contributi diversi di diversi componenti, con rilievi e pesi articolati, il dirigente scolastico non ha modo di provare prima l’esecuzione: può prepararla ma non provarla. Per noi deve essere “buona la prima”. Ci tocca dirigere senza esercitarci e senza poter lavorare all’accuratezza della performance.

        Ma la figura del direttore d’orchestra mi sembra molto affascinante.

(E qualche volta, lo confesso, durante il Collegio Docenti, in piedi davanti al microfono, dando la parola prima a questo poi a quello, ascoltando le voci più acute, più roche, più squillanti, più neutre, più colleriche, mi sono sentita per un attimo la direttrice di un’orchestra di idee e di proposte non sempre armonica, non sempre intonata, ma ritmata e frizzante).

 

Comunque, al di là di questi accostamenti, pure suggestivi, anche fuori dall’orizzonte musicale, al di là delle metafore più o meno riuscite, c’è una questione più elementare, più banale: semplicemente io non mi sento una dirigente, una responsabile della leadership dell’istituzione.  Non ho la sensazione né la coscienza di essere figura apicale di una struttura stratificata della quale determino la missione e scelgo la visione, la mission e la vision. Percepisco chiaramente di non avere una sensibilità manageriale. Mi riconosco piuttosto in un ruolo di garante del funzionamento della macchina.

E quindi quanto sento che ci si rivolge a me con quel termine non mi sento molto a mio agio. Senza volere essere passatista o preferire nostalgicamente la scuola di una volta nei confronti della quale non ho alcun legame ideologico od emotivo, e che anzi detesto in ogni modo, preferisco essere chiamata Preside.

È un epiteto più ordinario, più alla mia portata. Anche per il suo specifico significato, il senso etimologico del termine che rimanda alla funzione rappresentativa, al sovrintendere, all’esserci per.

Sono una preside. Presidio. La mia porta è aperta. Sono qui.


PAOLA CARDARELLI

  BIONOTA

Paola Cardarelli è nata a Roma negli anni Sessanta, si è laureata in filosofia e ha trascorso tutta la sua vita professionale nella scuola italiana e svizzera come insegnante. Dagli anni Dieci è diventata Dirigente Scolastica. Collabora con la facoltà di Scienze dell'Educazione l'Università dell’Università Roma 2 Tor Vergata, per la formazione dei giovani insegnanti. Si occupa di disabilità e di pedagogia speciale.


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