Farsi piccoli per fare cose grandi. A 60 anni, ricordi e considerazioni sul concetto di servizio (AUTOBIOGRAFIA) ~ di Paolo Rozera - TECLAXXI

 UNICEF/AUTOBIOGRAFIA

Paolo Rozera

 

Farsi piccoli per fare cose grandi.

A 60 anni, ricordi e considerazioni sul concetto di servizio

 

    FOTO FORNITA DALL'AUTORE 


            Compio sessant’anni e il regalo è una cosa normale, per me rara: sedermi a colazione con la mia famiglia e accompagnare a scuola i miei figli.

            Lorenzo mi guarda e dice: «Tanti auguri, vecchio!». Ride. Io rido e provo a controbattere. Riccardo, che ragiona con precisione matematica, contratta sul mio regalo. Con lui ogni parola deve avere un posto e, se la metti male, la frase non torna, come una somma matematica sbagliata. Laura, mia moglie, osserva in silenzio, divertita, come chi sta tenendo il tempo di una scena familiare che non va interrotta.

            Prima di darmi affettuosamente del vecchio, Lorenzo — diciassette anni — mi racconta che comincerà a fare servizio esterno negli scout: farà l’assistente a un allenatore di calcio che segue un gruppo di ragazzi down.

            Poi si passa alla logistica. Metto i ragazzi in macchina e parto. Prima la stazione di Tor Vergata per il treno di Lorenzo. Poi inversione: Frascati, scuola di Riccardo. Le lancette non fanno sconti, ma l’impresa riesce.

            Parcheggio ed entro in un forno e compro pane caldo e una graffa con lo zucchero sopra. La prendo perché so che a Laura piace. Mi fermo al dispenser pubblico dell’acqua e carico le mie bottiglie di vetro, poi rientro a casa. Frascati è già in movimento: rumori di traffico, passi frettolosi verso la stazione, un sole invernale che filtra tra nuvole sottili senza convincersi del tutto.

            I messaggi arrivano uno dopo l’altro, come succede sempre: auguri che non finiscono di essere letti perché già si sovrappongono le notifiche. Uno di questi parla di “diventare più piccoli”, di non confondere la felicità con l’idea di diventare più grandi agli occhi degli altri. Dice una cosa che mi resta lì, ferma: l’autorevolezza non ha bisogno di volume.

             Io resto su una parola che non era nel messaggio ma che mi si accende in testa: servizio. La prendo come una definizione, o almeno come un criterio.

            È una parola che, nel mio lavoro, si consuma in fretta. È troppo comoda: può voler dire tutto e niente. Può diventare un alibi (“lo faccio per gli altri”) o una maschera (“sono sempre disponibile”). E invece, quando è vera, è scomoda: ti chiede misura, ti chiede attenzione, ti chiede di non usare l’altro per mettere in scena te stesso.

            Quel messaggio resta in testa anche quando giro il display del telefono e lo silenzio.          “Diventare più piccoli” non è un consiglio: è un’immagine. E mentre mi muovo per casa, mi accorgo che la parola «servizio» sta facendo la stessa cosa: mi sta portando a un punto preciso della mia storia.

            Mi allontano pochi minuti dal tavolo della cucina per prendere un album fotografico. Me lo regalarono in occasione di una rimpatriata, dieci anni fa, con i ragazzi e le ragazze del reparto scout in cui prestavo servizio. È un oggetto semplice, ma fa una cosa precisa: accorcia il tempo. A 17 anni avevo già imparato a farmi piccolo, a non prendermi troppo sul serio.

            Lo apro e non devo “ricordare”: sono già lì, con una forza quasi fisica, anche se non avevo alcuna foto che raccontasse quanto accaduto quel tardo pomeriggio nella sala da pranzo della RSA delle suore di Madre Teresa di Calcutta nel centro di Roma. È il punto in cui, per la prima volta, la parola “servizio” ha smesso di essere un’idea e ha cominciato a comportarsi come una regola.

            Ero scout da diversi anni e, a diciassette, arrivò il momento di scegliere dove fare servizio: restare nel percorso con i miei o dedicarmi a un servizio esterno? Scelsi il servizio fuori dal gruppo — anche per incastrarlo con lo sport agonistico — e i miei capi di allora mi affidarono un turno presso una RSA per anziani gestita dalle suore di Madre Teresa. Lì capii che “servizio” non era una parola: erano tavoli, piatti, turni.

            Ricordo l’ora della cena, nel tardo pomeriggio: un’aria densa, i corridoi, le luci, il suono delle posate che battevano sui piatti, le voci dei volontari e degli ospiti. Le suore che dirigevano il traffico delle portate. Ricordo soprattutto la mia energia, che era fortemente influenzata dalle suore e dagli altri volontari.

            La prima sera mi muovevo tra i tavoli con la sicurezza di chi crede che aiutare sia sempre giusto. A un certo punto mi avvicinai a un anziano residente. Volevo “dargli una mano”: sistemare qualcosa, facilitargli un gesto, rendere più semplice la cena. Lui mi fermò. E lo fece in modo netto, urlando, tanto che tutti si resero conto di ciò che stava accadendo, senza preoccuparsi di proteggere la mia buona volontà: non aveva bisogno! Non me l’aveva chiesto!

            La cosa interessante, oggi, non è il rimprovero. È ciò che successe dentro di me un secondo dopo. Avevo imparato una lezione silenziosa che, anche oggi, è sempre attuale.

            Il fatto era semplice: quell’uomo non voleva essere aiutato. La mia testa, in automatico, prese quel fatto e lo trasformò in un verdetto su di me: “sei stato respinto”, “hai invaso”, “hai fatto una figuraccia”. Non avevo ancora strumenti per accorgermene, ma stavo vivendo una cosa comune: il pensiero che interpreta prima ancora di vedere.

            Mi ricordo la sensazione di calore in faccia, l’urgenza di sparire e, insieme, l’irritazione, perché quando ti senti esposto, l’ego prova sempre a rientrare dalla finestra. Avrei potuto non tornare più. Sarebbe stato facile trasformare quella scena in una conclusione: “questo posto non fa per me”. Invece tornai.

            Non lo racconto come un gesto eroico: era solo un turno, una sera dopo l’altra. È stata una lezione banale ma enorme: nel servizio il confine conta. Se non lo rispetti, anche il gesto più gentile può diventare invasione. E il punto non è proteggere la tua intenzione; il punto è proteggere la volontà dell’altro. Oggi direi così: ognuno sta dentro la propria realtà. Se ti muovi come se esistesse una sola realtà, la tua, non stai servendo: stai occupando.

            Della RSA, in quell’album, non c’è nemmeno una foto. Ci sono facce, uscite, campi, l’età in cui ti sembra che basti la forza di volontà. Eppure, a furia di pagine, quella scena ritorna  lo stesso: non perché l’album la contenga, ma perché la parola “servizio” è rimasta agganciata lì, a quel tavolo apparecchiato e a quella voce che mi ha urlato in faccia.

 

            E poi c’è un altro ricordo, più difficile da raccontare senza farlo diventare retorica: quindici minuti con Madre Teresa. Quindici minuti sono niente e infatti non mi porto dietro una frase memorabile. Mi porto dietro una sensazione di proporzioni: una persona fisicamente piccola, eppure capace di cambiare la temperatura di una stanza senza alzare la voce. Non volume, non scena. Presenza.

            È strano: io credo di aver capito lì — senza formularlo — che “farsi piccoli” non è diminuire il proprio valore. È diminuire il proprio ingombro. È togliere il rumore dalla propria testa per lasciare spazio a ciò che serve. Avere chiarezza, direzione e visione.

            Negli anni successivi, negli scout, ho accompagnato i più giovani. E anche lì la prova era sempre la stessa: non cercare di avere sempre qualcosa da dire o da controbattere, né affrettarsi a colmare i silenzi con le parole. Non correre a correggere per sentirsi competenti. Stare abbastanza indietro da permettere all’altro di fare un passo suo. Il servizio, quando funziona, assomiglia a questo: una guida silenziosa.

            Oggi lavoro nel terzo settore con l’UNICEF. Il contesto è diverso, ma la dinamica è identica, solo più sofisticata: riunioni, scadenze, urgenze, attese, persone molto competenti che guardano lo stesso problema e vedono cose diverse. Il “servizio” qui non consiste nell’apparecchiare una tavola. È tenere insieme il lavoro senza trasformarlo in una gara di interpretazioni.

             Sono al servizio di colleghi e colleghe con cui costruisco decisioni, di volontari che cercano orientamento, di presidenti dei comitati locali che hanno bisogno di sintesi e concretezza, di interlocutori esterni che vogliono tempi e risposte, dei donatori che chiedono risposta e affidabilità. E poi, soprattutto, c’è il livello più grande: i bambini e le loro famiglie che sono la bussola per ricordarsi la rotta: per riuscire a focalizzare e scegliere dove mettere il focus e le energie.

            Il punto è che, nel lavoro di gruppo, il pensiero è un dono e un rischio. Il dono: ti permette di anticipare, collegare, dare senso. Il rischio: ti fa credere di sapere già cosa serve.

            È qui che la parola servizio torna utile come criterio, non come etichetta.

            Servizio, nel lavoro, per me è diventato questo: ridurre il mio pensiero personale per avvicinarmi alla realtà. Perché quando ho meno “io” in mezzo — meno bisogno di avere ragione, meno fretta di chiudere, meno ansia di dimostrarmi utile — vedo più chiaramente. E quando vedo più chiaramente, faccio una cosa che sembra piccola ma cambia tutto: faccio domande.

            Sono domande poco spettacolari. Ma il lavoro, spesso, si sblocca lì. Non perché siamo diventati più bravi. Perché abbiamo smesso di giocare a indovinare.

            Il servizio, alla fine, non è un sentimento. È un modo di stare. È la scelta ripetuta di non mettere te stesso al centro della scena quando la scena è già piena. È diventare abbastanza piccoli da sentire la realtà dell’altro senza correggerla, abbastanza presenti da guidare senza invadere.

            Quella mattina, con il tè e la moka e un messaggio di auguri che parlava di “farsi piccoli”, ho capito che il filo rosso non era il compleanno. Era quella parola: servizio.         

            Non come sacrificio.

            Come misura.

            Come guida silenziosa nel lavoro, quando il lavoro è davvero per qualcosa di più grande di noi.

            Servizio, come stile di vita, quella vissuta e quella che avrò ancora in dono da vivere.

            Facciamoci piccoli per fare cose grandi!

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 PAOLO ROZERA 

BIONOTA Paolo Rozera è Direttore Generale dell’UNICEF Italia dal 2015. Ha condotto diverse missioni in Etiopia, Moldavia, Ucraina, Giordania, Libano, Mali, Iraq, Laos, Repubblica Democratica del Congo, Turchia, Afghanistan e Tunisia. Dal 1991, ha ricoperto vari ruoli nell’organizzazione, tra i quali quello di Responsabile dell’Ufficio Risorse Umane dal 2008. È stato docente presso la LUISS e ha conseguito laurea in Scienze Politiche a «La Sapienza”» e un Executive MBA presso la LUISS. Scout dall’età di 6 anni, è stato rappresentante della Scautismo Mondiale presso la FAO. Appassionato di moto e basket, vive a Frascati con la moglie Laura e i figli Lorenzo e Riccardo.

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