La reputazione del dottor Pepino Bragadin - I parte (NARRATIVA) ~ di Luigi Ananìa - TECLAXXI

NARRATIVA

Luigi Anania

La reputazione del dottor Pepino Bragadin

Parte Prima*


*la seconda parte sarà pubblicata il 29 luglio 


                                                 immagine prelevata dal sito treccani.it 

        Il dottor Pepino Bragadin aveva sangue veneto ed era nato in quegli anni in cui il Veneto era povero come la Calabria. I genitori si trasferirono quando lui era ancora nella pancia della madre in un tratto della costa partenopea dove si campava faticando e contrabbandando. Già dalla tenera età aveva uno sguardo vispo che si illuminava quando parlava di una ragazza e quando ne vedeva una.  Dalla povertà era uscito diventando capitano e poi professore nei corsi per acquisire la patente nautica. Ai suoi allievi raccontava tante storie di viaggi in giro per il mondo e tanti racconti che riguardavano donne da baciare. Una storia ricorrente, raccontata ogni volta con la stessa ilarità nel corso delle lezioni per la patente nautica, era quella dell’osteriggio. L’osteriggio di cui chiedeva sempre il significato agli esami era un portello di vetro sui ponti delle imbarcazioni che lasciava entrare la luce nei locali interni; nel corso delle lezioni raccontava spesso che il suo passatempo preferito era quello di guardare dall’interno dell’imbarcazione una ragazza seduta sull’osteriggio e ogni volta che pronunciava la parola “osteriggio” sembrava gioire. Nelle sue storie non c’era niente di volgare e quando le raccontava sembrava un bambino peloso che si raggomitolava fremendo dal ridere. Le allieve che durante le lezioni in mare si sedevano sull’osteriggio a volte si arrabbiavano ma più spesso lo guardavano ridendo. Alla veneranda età di settanta anni aveva l’aspetto di un bimbo ingrigito con un repertorio immenso di barzellette, scherzi e battute che dette in giusta sequenza portavano lui stesso e la ragazza appena conosciuta tra delle bianche lenzuola. Quello che attraeva le ragazze era la comicità volontaria e involontaria ma anche le ombre che ogni tanto riaffioravano negli occhi dal suo passato di infante, quando a dieci, undici anni, bambino già peloso, veniva deriso dagli altri ragazzi per la camminata asimmetrica e per le sue imprecazioni incomprensibili in un mondo partenopeo. Spesso veniva circondato e chiamato con una miriade di ingiurie venete con cadenza napoletana come Stregheta, Pulentun, Cellincul e quando aveva qualcosa in mano ne veniva subito derubato. Un’infanzia di umiliazioni, offese e infiniti pianti quando chiedeva ai genitori un giocattolo visto in un negozio e gli veniva negato con una sberla. Il padre e la madre gli dicevano spesso: “Pepino, ti devi abituare all’implacabile durezza della vita” e lo lasciavano da solo; allora lui andava a guardare il mare e immaginava all’orizzonte tante isole dai nomi esotici che aveva visto in qualche giornale svolazzante sulla spiaggia. Grazie alle ore passate a guardare il mare riusciva a prevedere l’arrivo di un’onda anomala oppure a calcolare il tempo di arrivo di una tempesta che intravedeva al di là di un mare calmo. Intanto le frotte di ragazzini partenopei gli gridavano frasi sempre più umilianti e lui serrava il viso chiudendosi in sé stesso e farfugliando bestemmie venete che aumentavano le risate di scherno. Così passava il tempo finché un giorno raggiunse una casa arroccata su una scogliera. Arrivò davanti a un portone con su scritto Capitaneria di porto e sentì delle risate gorgoglianti di donna che si confondevano con le onde del mare; si affacciò e vide una donna in divisa blu che lo invitò a entrare e gli offrì una granita di limone; poi altre due donne con la stessa divisa gli chiesero come si chiamava e quando lui rispose “Pepino!” tutte risero sobbalzando i seni sotto i colletti bianchi d’ordinanza; più in là vicino a una finestra un uomo alto con i capelli grigi lo guardava appoggiato a un grande cannocchiale. Le tre donne ridenti lo accarezzavano chiedendogli da dove veniva e di chi era figlio; una delle tre con una coltre di capelli rossi così spessa da sembrare impenetrabile si presentò come Giuditta; le altre due si presentarono come Francesca e Maria e gli passarono le mani sui capelli dicendo di non avere mai visto un ragazzino con così tanti peli e lo sguardo così triste. A un certo punto Maria si distanziò dalle altre due e comincio a inspirare e a gonfiarsi deformando il viso al di sotto della linea degli occhi; verso la fine della capacità d’immissione d’aria Maria era molto simile a un cetaceo e guardò Pepino emettendo un suono che sembrava provenire da un mondo acquatico. Pepino rimase incantato, finché Francesca e Giuditta risero dicendo che la balena Maria veniva e tornava dal mare e viveva fra i pesci e fra gli uomini; a quel punto Maria si sgonfiò con piccoli sobbalzi di risa lungo tutta la sua grande mole; Pepino sorrise e alzò il braccio per dire qualcosa ma intorno a lui Francesca e Giuditta girarono su sé stesse con le braccia in alto facendo il rumore di due elicotteri pronti al decollo mentre un uomo e una donna con in mano un pallone e una racchetta entrarono salutando tutti quanti; la donna si pose al centro della Capitaneria e mimò se stessa che cercava di prendere una palla al volo; l’uomo si disponeva davanti al portone con il pallone tra le mani e assumeva l’espressione di panico di un portiere a cui tutti i giocatori chiedevano la palla e lui non sapeva chi accontentare. Pepino nel mezzo di quel teatro pazzo guardava e si divertiva finché si cimentò anche lui nell’imitazione di un elicottero e poi si accartocciò su se stesso e diventò una palla che roteò per tutta la capitaneria protetta dal suo intenso pelame; allora tutti risero, compreso l’uomo alto con i capelli grigi e quando le tre donne sentirono il gorgoglio della sua risata l’allegria si diffuse in tutta la Capitaneria; Giuditta, Maria e Francesca lo presentarono a Pepino come il capitano Silvani, il supremo conoscitore delle stelle, il capo del tribunale del mare chiamato anche “L’uomo tutto d’un pezzo” con la sostituzione di una vocale nella parola “pezzo” per evidenziare il suo persistente olezzo maleodorante. Pepino si trovò a suo agio e da quel giorno attraversò ogni mattina la spiaggia e andò da Francesca, Giuditta e Maria con cui trasformò la Capitaneria in un cantiere di imitazioni e di giochi; di giorno in giorno acquisì maggior confidenza con il mondo femminile e diventò lui stesso uno straordinario imitatore di oggetti e di personaggi umani e non umani. Ogni tanto il capitano Silvani lo chiamava per insegnargli a calcolare le rotte in giro per il mondo; Pepino gli si avvicinava e nonostante l’olezzo del capitano che lo avvolgeva tutto ascoltava i suoi racconti di viaggi, di tempeste, di onde alte come montagne e quando lo perdeva di vista alzava il naso in aria e lo rintracciava seguendo le folate del suo odore. Il capitano lo osservava sbattendo la mandibola sul resto del suo viso sorridente e gli spiegava la meteorologia e l’arte del navigare; Pepino lo ascoltava e un giorno davanti a una grande mappa del mondo immaginò dieci destinazioni dove andare; alzò lo sguardo verso il capitano Silvani e disse: “Capitano - e mentre parlava tutto il pelame gli si rizzava - voglio andare ad Abidjan, a Conakry, a Kuala Lampur, a Port au Prince, a Recife, a Vaitupu, a Malaita, in Giamaica e a Bankok”; il capitano lo guardò alzando e abbassando la mandibola e gli disse. “Incominciamo con tre rotte al giorno per un mese, oggi cominci con Marsiglia, Barcellona ed Algeri” e così dicendo gli dispose il compasso fra le dita; Pepino entusiasta si mosse a scatti e salti e nei primi tre giorni sbagliò tutte le rotte ma la seconda settimana comincio a orientarsi e arrivò nelle parti più lontane del mondo; alla fine del mese aveva tracciato una lunga rotta da Napoli alle isole Vanuatu oltrepassando l’Africa e l’Asia.

        Una mattina mentre Giuditta, Maria e Francesca si esercitavano in altre imitazioni di oggetti ed esseri viventi, andò alla scuola nautica e incominciò la carriera di uomo di mare. Il suo passo diventò orgoglioso e fiero e quando incontrava i ragazzi partenopei gli rivolgeva ingiurie come omosfaccimo vafanotte, puozzeschiattà, vafambocca, allanimadichitamuorto e li colpiva con sassi e ferraglie che trovava sulla spiaggi; spesso veniva denunciato per aver bucato la testa di qualche ragazzo ma il capitano lo tirava sempre fuori dalle magagne. Dopo qualche anno di traversate per mare con il capitano e con Giuditta e Maria che si ponevano a turno sull’osteriggio Pepino diventò un uomo esperto di mare e appena prese il diploma partì subito alla volta delle isole Vanatua.

A ventiquattro anni diventò capitano e maestro di scuola nautica e sposò una donna che assomigliava a lui bambino, rotonda e coperta da pelame uniforme, che l’aspettava a casa e lo carezzava rotolando sul suo corpo. Nel ministero della marina assunse presto una fama di uomo simpatico ma imprevedibile, colto dall’ira ogni volta che qualcuno diceva qualcosa che lenisse la sua alta reputazione di uomo spiritoso capace di destreggiarsi in ogni situazione nel mezzo dell’oceano. Nei corsi per la patente nautica insegnava rallegrando gli studenti coi i suoi scherzi ma quando qualcuno rispondeva sbagliato a una sua domanda i suoi occhi diventavano gli occhi di un animale impaurito; poi nel corso di tutta una lezione ci teneva ad avere il monopolio dell’umorismo e se qualcuno scherzava gli urlava che era una bestia, un idiota, un disabile, e che a fine corso tutti dovevano essere promossi.

                                                                                        (continua)

___________________________

LUIGI ANANÌA 


BIONOTA 

Luigi Ananìa si laurea in scienze agrarie presso l'università di Firenze nel 1986. Da allora scrive racconti e fa vino rosso a Montalcino presso l'azienda La Torre. Con la casa editrice Pequod ha pubblicato Il signor Ma (2000) e Cos'è questa nuvola (2011). Presso le edizioni DeriveApprodi ha curato l'antologia di racconti sul vino Confesso che ho bevuto (insieme a Silverio Novelli, 2004) e ha pubblicato Avant'ieri, storie di emigrazione tra la Sila, Torino e Buenos Aires (2009), Pixel, la realtà oltre lo schermo dei media (di nuovo insieme a Silverio Novelli 2012), Storie di volti e parole (2016) e  Bestiario umano (2021), ambedue in collaborazione con Nicola Boccianti. Ha scritto racconti per Il semplice, Maltese narrazioni e Nuovi Argomenti. 


Commenti